Ecco i veri "debiti" dello sviluppo cercato dall'uomo

Un estratto del libro Giovanni Maria Flick e Maurizio Flick dal titolo "Persona ambiente profitto. Quale futuro?", edito da Baldini+Castoldi, che racconta come la prospettiva ambientale possa essere l'unica risposta per fronteggiare le sfide poste dalla pandemia

Ecco i veri "debiti" dello sviluppo cercato dall'uomo

Per gentile concessione dell'editore Baldini+Castoldi, pubblichiamo un estratto del libro di Giovanni Maria Flick e Maurizio Flick dal titolo "Persona ambiente profitto. Quale futuro?"

Come è stato opportunamente rilevato, il «successo» dello sviluppo a cui abbiamo assistito, in particolare nell’ultimo secolo, ha generato tre debiti del progresso. Essi oggi pesano sulle future prospettive di sopravvivenza dell’uomo e rischiano di schiacciarlo. (vineis-CaRRa- CinGolani 2020) Il primo «debito» è quello demografico. Nell’antichità la crescita della popolazione umana era costantemente tenuta sotto controllo da periodiche epidemie e carestie. Negli ultimi secoli abbiamo incrementato enormemente la nostra aspettativa di vita media e ridotto drasticamente la mortalità infantile: non per tutti naturalmente, ma per le popolazioni più privilegiate. Il dato, che di per sé sarebbe positivo, ha però dato origine a un paradosso: nella società dell’affluenza, più si innalza l’età media, più aumentano i costi che devono sostenere i sistemi pensionistici e sanitari. Il tutto si è realizzato in un contesto in cui l’automazione della produzione sta riducendo le possibilità di lavoro, mentre emerge l’incapacità di trovare una soluzione socialmente condivisa su come redistribuire i benefici del progresso tecnologico.

L’allungamento della vita, in sostanza, è diventato una fonte di instabilità economica. Il secondo «debito» riguarda l’ambiente. Lo sviluppo dell’industria e la creazione di reti di trasporto sempre più estese e capillari hanno aumentato la capacità produttiva umana, ma hanno anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta. Una terza tipologia di «debito», di cui solo ora cominciamo ad accorgerci, è rappresentata da quello cognitivo. Con lo sviluppo dei mass media, a partire dal secolo scorso, la quantità di informazioni a disposizione dell’uomo è andata crescendo. L’avvento di Internet e la rivoluzione digitale hanno portato a una vera e propria esplosione dei mezzi di comunicazione e delle informazioni da essi diffuse. Oggi l’uomo comunica molto più rapidamente, ma è esposto anche a un flusso di dati che riesce difficilmente a metabolizzare.

Questo terzo debito in particolare evoca in qualche modo le conseguenze della scelta – nel giardino dell’Eden – della donna e dell’uomo: i frutti proibiti dell’albero della conoscenza del bene e del male, espliciti nel libro della Genesi, anziché quelli consentiti dell’albero della vita. I primi rendono le persone «simili a Dio», e perciò comunque destinate alla morte come conseguenza ulti- ma. Da ciò la cacciata dei nostri progenitori dall’Eden e la loro condanna al lavoro (per l’uomo) e al dolore del parto, cui si è aggiunto in seguito anche il lavoro (per la donna), secondo il racconto biblico. Riceviamo centinaia di e-mail al giorno e i social network ci propongono continuamente contenuti nuovi ma effimeri, quando non ispirati all’odio. Il loro eccesso sta generando danni permanenti all’ecologia della nostra mente. Non si tratta soltanto di una lesione alla ormai mitica privacy e alla libertà. Viviamo nell’epoca della caccia ai big data, che consapevolmente o inconsapevolmente mettiamo a disposizione di chi li elabora e li ripropone a noi con le sue stimolazioni e predizioni nel campo politico e commerciale, in una logica senza limiti di profitto per i «padroni del vapore». Questi tre debiti sono un riflesso del costo del progresso umano e rischiano di pregiudicarne la sopravvivenza. Ogni tipo di tecnologia rappresenta la risposta pratica a un problema. A volte, tuttavia, i suoi costi sul lungo periodo non vengono valutati. Una misura semplicista come il prodotto interno lordo, ad esempio, non incorpora il costo dei danni indiretti che possono essere causati dalla crescita industriale o dalle nuove tecnologie digitali.

Lo sviluppo tecnologico comporta sempre delle conseguenze, dal punto di vista economico-sociale e ambientale. Invece di inseguire modelli di business spregiudicati e plasmati dalle esigenze di un marketing di corto respiro, si dovrebbe investire su una visione di sostenibilità di lungo periodo. Fin dalla scoperta del fuoco, il motore del progresso dell’uomo è stato la sua capacità di trovare fonti di energia sempre più potenti ed efficienti. A partire dalla rivoluzione industriale questa fame di energia ha portato alla scoperta e allo sfruttamento di nuove fonti nascoste nel sottosuolo, i combustibili fossili. Carbone, petrolio e gas hanno impresso un’accelerazione senza precedenti allo sviluppo tecnologico e alla forza produttiva dell’essere umano, ma sono stati pagati a caro prezzo. Il loro sfruttamento da parte dell’uomo ha indotto importanti effetti negativi, intrecciati tra loro. Ha accentuato le disparità di accesso all’energia, aumentando le disuguaglianze. Ha incrementato l’emissione di gas serra nell’atmosfera, aggravando il riscaldamento globale. Di conseguenza, ha causato un peggioramento della qualità dell’aria, con conseguenze epidemiologiche. (Cingolani 2021) Per mitigare i danni del riscaldamento globale, occorre procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera. Per fare ciò, sono necessari la volontà politica e dei meccanismi di cooperazione per garantire che tutti i Paesi svolgano il proprio ruolo. E qui viene la parte difficile, perché la lotta al riscaldamento globale rappresenta il più classico dei problemi di comportamento collettivo.

In questo comportamento la volontà di sviluppo economico – alimentato da metodi consolidati di produzione e da modi, altrettanto consolidati, di vita e di consumo – soprattutto nei Paesi emergenti si scontra con la necessità di ridurre le emissioni inquinanti. Attualmente, solo l’Unione Europea, a partire dalla crisi economica del 2008, ha ridotto le proprie emissioni di CO2. L’inadeguatezza del confronto scientifico e culturale e della capacità di comunicare chiavi complesse e visioni di insieme sui grandi temi della transizione d’epoca è il tema di fondo che occorre affrontare. Come possono cultura, scienza, tecnica e politica ricreare le basi di una nuova alleanza dopo che le loro certezze sono venute meno? Bisogna affrontare con consapevolezza il cambiamento, valutando la novità con occhi e idee nuove e non solo in base a schemi e concetti preesistenti; bisogna guardare la luna, non soltanto il dito che la indica. Occorrono riconoscimento e reciproco rispetto dei ruoli, senza attribuire a nessun segmento un ruolo salvifico, nella consapevolezza che versiamo in una situazione in cui nessun segmento può sovraordinarsi o fare a meno degli altri. (italiaDeCiDe 2021) Occorre non limitarsi a rimpiangere il passato e cercare di ricostruirlo guardandosi indietro e inseguendo tardivamente il futuro; ma guardare avanti, per prevenire i problemi proposti da quest’ultimo. Prevenire, non reprimere, per usare un detto fondamentale della saggezza giuridica.

È necessario cogliere la portata dei cambiamenti nel mondo post-pandemico, accettando i rischi dell’incertezza e le grandi incognite che essa apre. I vecchi concetti possono essere utilizzati non a scatola chiusa per interpretare i nuovi fenomeni, ma per saper leggere e dominare questi ultimi alla luce delle esperienze acquisite nel passato.