La Prima guerra mondiale dev'essere nel nostro Dna

Il Piave, i ragazzi del Novantanove, le irriverenti canzoni su Cadorna e i cimeli dei nonni hanno ancora emozioni (non solo nozioni) da darci. Il saggio di Aldo Cazzullo le riscopre

La Prima guerra mondiale dev'essere nel nostro Dna

Da decenni il serbatoio della memoria degli italiani è a secco. Se gli antichi numeravano gli anni dai nomi dei consoli, gli italiani li ricordano dai festival di Sanremo. O dai complessi musicali e dalle serie televisive. Sotto il velo di queste memorie posticce, nulla. La Storia è cominciata qualche anno fa, col primo modello di iPhone, o un vecchio Nokia per i più anziani. Io appartengo a una generazione costretta a ricordare perché sulla memoria si reggeva la nostra vita. La televisione non ricostruisce mai onestamente il passato, ma si preoccupa di essere politicamente corretta, cioè reticente e ipocrita, mentre in Inghilterra la BBC ricostruisce con cura il passato e lo stesso fa HBO in America, non parliamo della Francia.

E così uno come me si ritrova solo, un piccione incatramato che zampetta vacillando sulla riva del mare, a ricordare. Prendiamo la Grande Guerra, grandioso massacro di cui si celebra con dovizia di particolari e con fotografie e film, l'essenza emotiva. Essendo nato nel 1940, non posso avere un ricordo diretto di quegli anni tremendi ed esaltanti, ma tutta la gente che viveva intorno a me ragazzo era nata nell'Ottocento e immersa in quella memoria, in quel dolore, in quelle emozioni. I vecchi manovravano sulla tovaglia del ristorante divisioni e reggimenti, tra il pane e l'insalata e di ritorno dalle gite familiari, nella piccola «Giardinetta Cinquecento» si cantava Il Testamento del Capitano , o Bombardano Cortina («dicon che gettan fiori!... Oilà/ tedeschi traditori»). A casa avevamo il nostro buon soldato Sc'veik, un geniale analfabeta napoletano: un uomo che somigliava un po' a Clark Gable e un po' a Edoardo che la sorella di mia nonna sposò a Ischia e che fu subito scaraventato sul Piave, sul Carso, sull'Isonzo. Ma che evitò senza disonore la prima linea improvvisandosi anestesista, pilota, cuoco, meccanico. Il malumore contro il generalissimo delle armate italiane era ancora vivo negli anni Cinquanta quando mia nonna canticchiava «Il general Cadorna, per farci un bel dispetto, ha chiamato il Novecento che ancora piscia a letto». La classe del Novecento aveva 17 anni, l'età in cui si va a scuola.

Mia madre fino agli anni Duemila non mancava di deporre al cimitero del Verano un fiore sul busto in marmo del «bell'aviatore» con casco di cuoio e occhi sognanti, compagno dell'asso Francesco Baracca. Amore e furore per quella guerra erano ancora rintracciabili alla fine degli anni Sessanta quando la sinistra in piazza cantava ancora a squarciagola «Oh Gorizia tu sei maledetta, traditori signori ufficiali». O Fuoco e mitragliatrici , mentre era in corso la guerra del Vietnam e i Beatles erano al loro apogeo.

Si trattava infatti di emozioni incise nella memoria genetica, quella che non dovrebbe morire e per la quale nei Paesi che celebrano la propria identità esistono dei Memorial, dei luoghi di partecipazione affettuosa. Costituisce dunque una sorprendente eccezione l'ultimo libro di Aldo Cazzullo La guerra dei nostri nonni (Mondadori) il cui unico difetto a mio parere è il titolo minimalista. Cazzullo da anni si dedica all'indagine sull'identità italiana con molta cura e cuore (la storia delle emozioni oltre la storia della Storia), benché la sua scrittura sia sorvegliata e non offra spazio alla retorica. Prendi il capitolo sulle decimazioni: «Figliolo, non posso stare a controllare chi c'era e chi non c'era. Sei stato sorteggiato e devo fucilarti. Vorrà dire che se sei innocente, Iddio ti perdonerà» disse il colonnello al soldato estratto a sorte per il sacrificio umano, parlando come i crociati a Bézier: «Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi».

Emergono epopee sconosciute come quella delle migliaia di soldati italiani in uniforme austriaca mandati a combattere contro la Russia e poi finiti in Cina, in Manciuria, a contatto con i giapponesi. Diaspore planetarie cui seguivano ritorni lunghi e terribili quanto la pena dei trentini umiliati come traditori. E poi l'impetuosa crescita delle donne padrone della propria vita: conduttrici di autobus e tram, operaie nelle fabbriche belliche, tristemente puttane al fronte ma anche spie incomparabili.

Con la Grande Guerra tutto cambia non soltanto in Italia ma in tutto il mondo: cambiano la chirurgia, l'alimentazione, l'igiene, le abitudini, l'abbigliamento, la musica e per la prima volta si sperimenta un dolore collettivo che attraversa i continenti e che Cazzullo riesce a raccontare con distacco, ma senza freddezza. In La guerra dei nostri nonni si leggono moltissimi documenti originali, poesie, diari dall'ortografia disastrata, biglietti, frammenti e cartoline. E poi la grande trovata finale: un bando lanciato su Facebook con l'invito a tutti gli italiani di oggi a donare qualsiasi frammento, qualsiasi brandello di ricordo. E allora esce un'inattesa antologia di memorie tramandate a bisnipoti, antiche nonne, cartoline di soldati che tornano, eco di pianti abbondanti e pranzi minimi, paure stagnanti in quella parte del cervello che non conosce il tempo.

Il pregio ulteriore del libro sta nell'allarme: che ne è e che cosa ne sarà del passato che fa parte del nostro Dna? Chi dovrebbe avere il compito, il dovere, di far emozionare con la storia, di incidere la storia nell'hard disk di chi comincia oggi?

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