I nuovi socialisti ora puntano sui «beni comuni»

I n occasione dell'elezione del presidente della Repubblica si è registrata una convergenza tra il movimento Cinquestelle e il professor Stefano Rodotà, più volte parlamentare di sinistra. Al di là dei tatticismi, questo incontro è stato agevolato dalla comune avversione al mercato e dalla contestazione della proprietà privata - che il giurista ha definito un «diritto terribile» (Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata e i beni comuni, Il Mulino) - in nome di una retorica basata sui beni comuni. Negli scorsi anni, d'altra parte, alcuni avvenimenti culturali e politici hanno contribuito all'imporsi di tale tema.
Nel 2009 una scienziata politica che studiò a lungo i beni pubblici, Elinor Ostrom, ricevette il premio Nobel per l'economia e pose la questione sotto i riflettori. Un paio di anni dopo si sono tenuti in Italia alcuni referendum di taglio fortemente statalista - e coronati da successo - che tra le altre cose hanno proposto la fine di ogni gestione privata della distribuzione dell'acqua, muovendo dalla tesi che tale risorsa debba essere «comune» e per forza di cose debba essere statale. Questo esito è stato accompagnato dallo sviluppo di un'ampia letteratura che ha avuto il suo bestseller nel libro di Ugo Mattei uscito proprio nel 2011 da Laterza con il titolo Beni comuni, un manifesto.
Attorno alla questione, insomma, stanno cercando la propria riscossa quanti sono eredi della tradizione socialista e del suo fallimento storico. Gli eterni innamorati di ogni regime variamente collettivista sembrano avere una loro rivincita, ma tale modo d'impostare la discussione lascia alquanto perplessi. Se infatti si inquadra correttamente il problema, la proprietà può uscire solo rafforzata, e non già indebolita, da una valorizzazione dei beni comuni. In effetti essi non sono un'alternativa al capitalismo di mercato, ma un loro pilastro fondamentale: e lo sono da secoli. Gli stessi studi della Ostrom insegnano che la proprietà individuale è indispensabile in tanti ambiti (dai cibi ai vestiti), ma in altri casi è assai più ragionevole che i titoli proprietari siano condivisi. Basti pensare a un condominio: pochi vorrebbero rinunciare all'utilizzo esclusivo dell'appartamento, ma al contempo è bene che siano condivisi l'ascensore, le scale e il cortile.
Esistono pure realtà storiche che aiutano a cogliere la piena legittimità di tale pluralismo istituzionale. Quando in età medievale alcune persone hanno iniziato ad abitare una valle e vi hanno insediato le loro attività, il colono ha acquisito il legittimo controllo sul terreno - già res nullius - che ha coltivato. Il pezzo di terra recintato diventa una proprietà esclusiva. Ma che dire di foreste, pascoli o corsi d'acqua che nessuno acquisisce totalmente e che molti iniziano a sfruttare? In maniera analoga, un po' alla volta, emerge una proprietà condivisa, dato che questi beni sono utilizzati da un certo numero definito di persone e vengono di conseguenza considerati di proprietà dell'insieme dei coloni, tanto che nasce un'assemblea incaricata di gestirli. Come c'è stata una colonizzazione individuale degli appezzamenti arati e coltivati, così c'è stata pure una colonizzazione condivisa delle acque e dei boschi saltuariamente e comunemente utilizzati.
Nei nostri borghi rurali di origine medievale la vita pubblica aveva luogo, in larga misura, entro riunioni di proprietari che erano anche comproprietari. In effetti quei beni erano comuni, ma non di tutti. Mentre i collettivisti pensano ai beni comuni come beni statali e non esclusivi, la loro origine è diversa, dato che nelle antiche «vicinie» solo i discendenti degli antichi abitanti del villaggio (le famiglie presenti ab antiquo, e cioè da tempo immemore) facevano parte dell'assemblea, la quale fissava i criteri di utilizzo di tali risorse.
Questo carattere privato, capitalistico e proprietario dei beni comuni è però rigettato da Rodotà, Mattei e dagli altri teorici avversi al mercato, che credono di avere trovato un'alternativa alla proprietà stessa. Essi concepiscono tali beni comuni sempre e solo entro una logica statalista, poiché ai loro occhi la proprietà non può soddisfare le principali esigenze della società: a partire dalla protezione dell'ambiente. In verità molti beni condivisi sono nati proprio per risolvere quelle questioni che la proprietà sa gestire assai bene, purché sia declinata in modo adeguato.
È anche necessario ricordare che la proprietà comune di tipo tradizionale - ancora oggi molto radicata in Svizzera - è stata per secoli fondamentale pure da noi, sebbene oggi sopravviva solo in poche limitate aree: come nel caso delle Regole di Cortina d'Ampezzo.
Lungi dal poter essere una vera arma contro l'ordine di mercato, una volta compresi nel loro significato più autentico i beni comuni sono una soluzione liberale, e non statuale, dinanzi a molte questioni. Questo implica pure un modo del tutto diverso di pensare l'individuo stesso, che si manifesta davvero un animale sociale (in senso aristotelico) anche nel suo modo di reinventare di continuo l'istituto della proprietà.

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