Cultura e Spettacoli

"La madre di tutti i poteri? È l'arte di creare la vita"

Il curatore presenta la mostra milanese già in concorrenza con la Biennale. Una riflessione sulla donna che parte dal passato per immaginare il futuro

"La madre di tutti i poteri? È l'arte di creare la vita"

Si annuncia come la mostra più provocatoria e intelligente realizzata in occasione di Expo. 127 artisti e 350 opere scelte in una lunga cavalcata attorno al XX secolo sul tema della maternità. A curare La grande madre è Massimiliano Gioni, al suo ritorno in Italia dopo l'ottima prova alla Biennale di Venezia del 2013. Un progetto supportato dalla Fondazione Trussardi che aprirà a Palazzo Reale di Milano il 25 agosto (fino al 15 novembre). Lo intervistiamo mentre a New York aspetta un appuntamento ancor più importante, la nascita del primo figlio.

Il '900 è stato il secolo della donna; l'arte e la cultura hanno funzionato da apripista per una serie di nuove esperienze nella società. Capacità di veggenza o solo utopia?

«L'arte funziona da laboratorio sociale, sia in senso progressista che conservatore. Nel Surrealismo o nel Dada c'è una nuova idea di famiglia e di sessualità molto diversa da quella tradizionalista proposta negli anni '20 durante il Ritorno all'ordine. Si sperimentano dunque nuovi modelli sociali, l'arte non serve solo all'intrattenimento visivo. L'aspetto più ambiguo tuttavia rivela che anche nelle avanguardie permangono atteggiamenti maschilisti e repressivi. Proprio nel Surrealismo la donna assurge al ruolo di musa e divinità ispiratrice, eppure viene contemporaneamente sottoposta a un processo di oggettificazione».

Il primo momento in cui nasce e si sviluppa l'arte al femminile è proprio quello delle avanguardie storiche, con una presenza di donne artiste già molto rilevante.

«Si conoscono ancora poco ma giocano un ruolo fondamentale. Contribuiscono alle conquiste, pronunciano slogan forti, proclamano il libero amore e il rifiuto della famiglia borghese. Ma se eri donna risultava davvero tutto molto più complicato, e dunque alcune di loro hanno pagato sulla propria pelle quei tentativi di rivoluzione. Alcune, come Mina Loy, Valentina de Saint-Point, Hannah Hoch, hanno avuto un'esistenza tragica, ma al di là della sfera personale il loro lavoro è stato in parte ostracizzato. Molto importante il ricorso frequente alle arti minori in cui era possibile sperimentare di tutto, nel design, nella stampa, nella danza, nel teatro. Si pensi al caso davvero estremo della baronessa Helsa Von Freytag-Loringhoven che vive in pieno la propria condizione di arte e vita senza lasciare pressoché nessun oggetto, oltre Duchamp insomma».

Tra anni '60 e '70, in coincidenza con le battaglie del femminismo, si afferma per la prima volta la coscienza dell'arte della donna, soprattutto per l'uso insistito del corpo.

«Questo corpo nuovo racconta il rifiuto della biologia, la condanna a essere madre, il bisogno di rappresentarlo in maniera più vicina e intima al modo di essere ufficiale. Il lavoro più rappresentativo in tal senso è Mona Lisa, Vagina Drawing di Ida Applebroog, artista americana negli anni del femminismo, che produce centinaia di disegni del suo organo sessuale mentre fa il bagno perché questo è il solo momento libero dall'occuparsi di due figli e della casa. Un atteggiamento decisamente più intimo e privato rispetto al corpo violento della Body Art in cui si riscrive radicalmente l'anatomia dei desideri».

In tempi più recenti è il fenomeno della globalizzazione a far sì che le artiste donne crescano in qualità e quantità. C'entra il cambiamento definitivo della carta geografica?

«Negli anni '90 le artiste vengono accettate non solo come donne ma in quanto tali, si pensi alla Biennale di Venezia del '99 dove vengono premiate le italiane, oppure al successo mondiale di Shirin Neshat. Mi vien da dire sia il risultato del pensiero postmoderno che lascia spazio a tante voci, altre nazioni, diversi sessi, ma soprattutto è decisivo l'intervento delle biotecnologie, la trasformazione del rapporto tra anatomia e natura con l'avvento del cosiddetto postumano che punta a definire una nuova possibile idea di maternità e la fine della schiavitù della donna confinata in tal ruolo, anche se bisogna fare attenzione perché se le viene tolto il potere di dare vita le viene tolto il potere più grande».

Ancor più della Biennale del 2013, La grande madre è una mostra molto colta che include la prospettiva storica ben più di quella militante. O forse è lo storicismo oggi, lo sguardo verso il passato, a costituire la vera militanza?

«Oggi in tutti i canali emerge il nuovo: fiere, gallerie, musei, il presente e il futuro sono più facili da raccontare anche in maniera piuttosto conformista, mentre una prospettiva in cui vecchio e attuale sono in dialogo consente di parlare non solo dell'arte ma della cultura in generale. Soprattutto in Italia non c'è un museo enciclopedico mentre a mio avviso è necessario mostrare l'arte contemporanea in relazione ad altre forme e altri linguaggi».

Oltre a gruppi e movimenti nella mostra spuntano nomi di grandi isolate come Carol Rama in Italia, Louise Bourgeois o Dorothy Jannone negli Usa. Nel percorso queste figure di outsider risultano ancor più decisive?

«Le personalità eccentriche mi piacciono, anche sconosciute, perché la storia non è fatta solo dai grandi nomi e questo non per anticonformismo. La storia è più confusa di quanto appaia in retrospettiva, con vinti e vincitori, è la ricostruzione di una complessità, la restituzione del molteplice.

A proposito del rovesciamento dello stereotipo della maternità, come vedi oggi da New York la prospettiva del sesso femminile non tanto in Occidente ma anche in altri luoghi del mondo in cui il rispetto per la donna è ancora lontano a venire?

«È indubbiamente un aspetto tragico. La mostra, che copre soprattutto Europa e America, cerca di non essere unidirezionale ma di suggerire continui testa coda. Attualmente a New York il dibattito si incentra sul cosiddetto post gender, che immagina un futuro senza donna e uomo ma con una gradazione di diverse espressioni di genere ridefinite e trasformate. In ogni caso anche noi in Occidente ne abbiamo fatte di tutti i colori, basti pensare che nella civilissima Svizzera le donne fino al 1972 non votavano».

Forse per la prima volta, infine, un curatore maschio si avventura su un tema così militante. Cambia la prospettiva il fatto che La grande madre sia una mostra pensata da un critico uomo di 40 anni?

«Ho pensato: se non la faccio perché sono un uomo ricado in quell'oscurantismo bieco cui la mostra si oppone. In fondo l'insegnamento più condiviso del femminismo sta nel fatto che il vissuto è importante quando se ne riconosce la parzialità, dunque si deve provare a vivere l'esperienza dell'altro. Nella mostra infatti ci sono donne e uomini perché limitarla al solo punto di vista femminile sarebbe stato alquanto sterile».

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