Più propaganda che cronaca Indro alla campagna di Grecia

Così Montanelli sul Corriere fascistizzato stravolgeva la guerra e giustificava il fallimento italiano (dettando la linea ai colleghi)

Più propaganda che cronaca Indro alla campagna di Grecia

Il difficile rapporto fra informazione e guerra nasce probabilmente già con l'assedio di Troia. Chi fa il resoconto degli eventi vuole essere libero di scrivere ciò che vede, chi fa la guerra vuole controllare ciò che si scrive. È una regola rigidissima, a cui non sfuggì neppure la penna più bella del nostro giornalismo, Indro Montanelli: inviato straordinario per scrittura e coraggio, e perfetto uomo di mondo nell'adattarsi quando serve a esigenze “superiori”. Lo fece, ad esempio, quando si trovò a raccontare al lettore (che Montanelli era troppo intelligente per non sapere che non è mai il tuo unico padrone) durante la campagna di Grecia, fra l'ottobre 1940 e l'aprile 1941.

Fabio Fattore, in un intervento dal titolo «Indro Montanelli in Grecia: cronache e propaganda» sulla rivista Nuova storia contemporanea (in uscita il 15 maggio), sulla base di uno studio comparato delle maggiori testate presenti all'epoca - da Corriere alla Stampa, dalla Gazzetta del Popolo al Messaggero - e di lettere inedite del direttore del Corriere Aldo Borelli, mette in evidenza molte circostanze interessanti. La più importante delle quali riguarda il fatto che gli articoli scritti da Montanelli, per sua stessa ammissione, erano eseguiti su comando del «Nucleo corrispondenti di guerra», dipendente da Roma, e spesso con l'obiettivo di giustificare gli errori della campagna di Grecia: cosa che Montanelli fece sia sul Corriere sia, in forma anonima, sul quotidiano del Partito fascista albanese Tomori (in questo caso, come scrive Fattore, «con qualche accento antisemita in più...»). Non solo: le tesi “accomodate” di Montanelli (che sarebbe stata la Grecia a voler aggredire l'Italia, e che poi sarebbe stata l'Italia ad aiutare la Germania nei Balcani, cioè il contrario di come andarono le cose) furono poi riprese da tutti altri corrispondenti italiani, ma solo molto tempo dopo. Anche in questo caso, insomma, fu il maestro d'orchestra Montanelli a dare il “la” a tutti. Il direttore del coro.

Come spiega nel suo saggio Fabio Fattore, il Minculpop stravolse completamente agli occhi degli italiani la conduzione militare, e i risultati, della disastrosa campagna greco-albanese: bloccando per settimane le cronache dai fronti terrestri, orientando la stampa e praticando una rigida censura. E in più la propaganda si servì di Montanelli per giustificare gli errori commessi durante la guerra, mentre Mussolini arrivò a chiedergli relazioni riservate su quanto accadeva al fronte: il Duce non voleva certo che Montanelli raccontasse sul suo giornale le reali condizioni delle truppe italiane e l'impreparazione degli alti comandi, ma gli risultava utile riceve informazioni per uso personale (nella biografia Lo stregone, 2006, si fa cenno alle informative, ma secondo Sandro Gerbi e Raffaele Liucci erano destinate al Minculpop: qui si dimostra come il richiedente e destinatario fosse il Duce in persona).

In quel momento sottotenente di fanteria di 31 anni, Montanelli vola a Tirana il 28 ottobre 1940, giorno in cui le truppe del Regio Esercito, partendo dalle basi albanesi, entrano in territorio ellenico. E come tutti i suoi colleghi deve rapportarsi con il «Nucleo corrispondenti di guerra» che esercita un forte potere sulla stampa: fornendo materiale, organizzando visite al fronte, suggerendo temi da trattare e vietandone altri (all'inizio, ad esempio, è Alessandro Pavolini in persona a raccomandare ai direttori dei giornali di non svalutare troppo il nemico, perché si diminuirebbe il coraggio degli italiani; di usare mano leggera sul maltempo, altrimenti l'opinione pubblica si chiederà perché l'Italia ha deciso di attaccare proprio a fine ottobre; e di non sottolineare la mancanza di strade in Grecia: ciò darebbe l'impressione che il nostro Stato Maggiore l'abbia scoperto solo a invasione avvenuta (come in effetti accadde). Per capirci meglio, ecco un passaggio del pezzo di Montanelli «Artiglierie e aerei schiacciano le difese nemiche» uscito sul Corriere di 5 novembre 1940: «I nostri sono ben nutriti e ottimamente equipaggiati, pongono una cura puntigliosa nel mantenimento del materiale, sapendo che anche la vita di un motore o di un mulo è preziosa», le perdite sono scarse perché «i Comandi operanti quaggiù sono meticolosi» e «il nostro Quartiere generale segue ogni spostamento mantenendosi collegato telefonicamente». La verità ovviamente è un'altra, e chi è sul posto la sa: la campagna è cominciata nel peggiore dei modi, i soldati sono impreparati, i Comandi non all'altezza, il caos totale.

E non va meglio il prosieguo della guerra, né il lavoro di Montanelli, che arriva addirittura a protestare con Borelli per i tagli operati dai colleghi di via Solferino, per un eccesso di prudenza, sugli articoli che hanno già superato i controlli militari. Fino al disastro finale, per l'Italia e per il grande giornalista, che non si sa quanto suo malgrado si fa portavoce della propaganda fascista. «Il ribaltamento della verità è completo - scrive Fabio fattore -: dosando bene fatti reali con versioni dettate dall'alto, Montanelli conclude prima che è stata la Grecia a volere aggredire l'Italia, poi che è stata l'Italia ad aiutare la Germania nei Balcani. La teoria, che confeziona fra febbraio e aprile 1941 sarà ripresa, dopo l'armistizio, da tutti i suoi colleghi: quando dovranno spiegare le ragioni di una guerra cominciata “in condizioni di netta inferiorità da parte nostra” per “sventare in tempo il piano nemico”».

Montanelli, a operazioni concluse, riceverà la Croce di guerra al valor militare. E il Corriere - che oggi tende a dimenticare gli anni della fascistizzazione e quelli del Montanelli in camicia nera - ne pubblicò per intero la motivazione ufficiale. A sprezzo del pericolo.

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