Quel gran ballo al Kremlino in cui nacquero i radical chic

Il capolavoro incompiuto di Curzio Malaparte racconta la Mosca governata dai primi seguaci di Lenin: un'aristocrazia comunista snob e viziata

Quel gran ballo al Kremlino in cui nacquero i radical chic

Era tutto scritto ne Il ballo al Kremlino, il romanzo incompiuto (e postumo) di Curzio Malaparte; un libro dalla storia travagliata giunta ora a un punto fermo grazie all'edizione Adelphi (pagg. 418, euro 22) curata con impegno filologico da Raffaella Rodondi.
Protagonista de Il ballo al Kremlino, scrive l'autore stesso, è «un corpo sociale: e cioè quell'aristocrazia comunista che aveva preso il posto dell'aristocrazia russa dell'antico regime, e somigliava, per molti aspetti, a quella nobiltà rivoluzionaria, sorta dalla rivoluzione francese, che al tempo del direttorio circondava Barras». Malaparte ritrae la cerchia dei rivoluzionari della prima ora, legata a Lenin: figure ormai lontane, sepolte (in senso letterale) dallo stalinismo. A lui, frequentatore della Russia nel 1929, note di persona. Ma famigliari anche per noi. Come non riconoscere in queste pagine l'archetipo della sinistra tendenza radical chic? Nella aristocrazia rossa, secondo Malaparte, «tu sentivi un disprezzo che non era sociale, ma ideologico. Dal punto di vista sociale, anzi, lo snobismo era la molla secreta di tutti gli atti mondani di quella società potentissima». Il senso di superiorità morale, lo snobismo e la passione per un certo tipo di mondanità. Ma anche il sospetto, il tatticismo, la dietrologia: «Nella nobiltà comunista, dove lo stile non è innato, ma voluto, come in una società di borghesi parvenus, la riservatezza, il decoro, la semplicità orgogliosa dei modi, è sostituita dal sospetto».

La penna di Malaparte, attentissima al dettaglio, è spietata. La sua «cronaca di corte» è un campionario delle ipocrisie dei cortigiani. Dietro le dichiarazioni di purezza ideologica, ci sono il cinismo brutale e lo scetticismo (o il totale distacco) verso il comunismo. Questi rivoluzionari, pur avendo sconfitto la borghesia, sono rimasti borghesi fino al midollo, eredi perfetti dei costumi e delle ansie di epoca zarista. Tuttavia sono convinti di rappresentare l'avvento di un nuovo tipo di umanità; e per questo in loro c'è qualcosa di volgare e decadente. Quest'ultima caratteristica è poi accentuata dall'aria di morte che spira sempre più forte. La società stalinista dei piani quinquennali è dietro l'angolo e per realizzarsi chiederà un tributo di sangue. Gli antichi compagni di Lenin saranno spazzati via, una purga dopo l'altra, e lasceranno il posto a una nuova élite di spaventosi burocrati senza volto.

Mentre la vecchia nobiltà zarista, ridotta alla fame, vende i mobili di casa nei mercatini, la nuova nobiltà comunista se la spassa nei teatri di Mosca. Tra le beauties dell'alta società sovietica, spicca la ballerina Semenova, ammirata all'Opera, ogni sera, da Stalin in persona. Il dittatore ha però un rivale, l'eroe Karakan, vice Commissario per gli Affari Esteri. Un uomo transitato dalle sommosse in Cina alle partite di tennis nei courts delle ambasciate. «Giocava soltanto - si legge ne Il ballo al Kremlino - con palle da tennis ch'egli faceva venir direttamente da Londra, da Lily White, come i suoi cappelli, che erano, naturalmente, di Lock, e le sue cravatte, che erano di Whitelock, in St. James's Street e Pall Mall, come i suoi completi di flanella, che erano di Savile Row». Il re dei pettegolezzi, la persona da consultare per conoscere amori e litigi, è Florinskij, Capo del protocollo del Commissariato del Popolo per gli Affari Esteri. Biondo, roseo, incipriato, occhi gialli truccati con un tocco di nero, il funzionario percorre la città a bordo di un landau, perché odia le automobili. Sull'oligarchia sembra vegliare la mummia di Lenin, la quale, tuttavia, richiede una costante manutenzione: si copre rapidamente di una patina verdastra quasi fosforescente. Che sia marcia come il comunismo?

La riflessione continua sul divino, le pagine meno riuscite e quelle che sembrano causare l'implosione del progetto, snaturandolo, vista la sostanziale differenza di tono e di argomento con i restanti frammenti del libro. Iniziato nel 1948, durante la stesura della Pelle, Il ballo al Kremlino resterà, come si diceva all'inizio, incompiuto. Difficile dire quale strada avrebbe preso infine il romanzo. Accanto a cene, feste, ricevimenti e gite in barca, ci sono capitoli in cui Malaparte sembra interessato a un altro aspetto fallimentare del comunismo, ovvero il materialismo senza Dio. Cosa ci siamo persi, dunque? Probabilmente una straordinaria Recherche in cui, al posto dei Guermantes, vi è la nobiltà rossa. Come Proust è stato lo storico della decadenza della borghesia in Europa, Malaparte vuole essere il Proust della decadenza della società marxista, raccontando aspetti del mondo sovietico accuratamente trascurati dagli scrittori che viaggiarono attraverso l'Urss. A leggere i loro resoconti, chiosa Malaparte, parrebbe che l'Unione sovietica «sia una immensa, democratica, egualitaria società di lavoratori». Invece, per dirla con George Orwell, alcuni animali erano più uguali degli altri.

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