"Rai-pride" e libri in tv ogni dieci minuti. La ricetta Gambarotta

nostro inviato a Mantova

Perfetto Uomo-Rai («Ci entrai nel '62, sono in pensione ma continuo a collaborarci. In tutto ho fatto 52 anni di Rai, su 60 di storia) e perfetto Uomo-festival («Li adoro. Vado ovunque mi invitano, a promuovere i miei libri e quelli degli altri. In Italia ci sono 1200 festival, ci si può campare tutto l'anno»), Bruno Gambarotta, 77 anni, qualche migliaia di ore televisive in carriera e cinque gialli ironico-parodistici in bibliografia, ha unito le due cose e quest'anno è al Festivaletteratura di Mantova a presentare il suo romanzo Ombra di giraffa (Garzanti). È un'avventura umoristica, come è lui, e rocambolesca, come è stato il suo lavoro, dietro le quinte di una fiction. Qualcosa tipo «Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulla Rai ma che in sessant'anni di storia nessuno ha mai osato dirvi». Soprattutto su quella Rai monopolista, pedagogica, materna e paternalista in cui negli studi il microfono era appeso a dei bracci tipo colli di giraffe e se sbagliavi posizione finivano per nascondere la faccia del presentatore... e i tecnici urlavano: «Ombra di giraffa», appunto. «Erano i tempi eroici della Rai, quando io andavo in giro per l'Italia con la squadra esterna per fare Campanile sera a tirare cavi e montare antenne sui tetti come fossimo noi i padroni, e la gente stava ferma davanti al monoscopio in bianco e nero venti minuti ad aspettare il prossimo programma, perché la televisione era la modernità. Era la Rai che unificava la lingua e i valori, piena di buoni propositi e di censure... Quando si faceva lo sceneggiato dell'Otello che entrava in tutte le case, ma poi il funzionario che controllava i testi ti faceva notare che non si poteva far dire a Otello che Desdemona era una puttana... “Forse è meglio che dica farfallona, poi tanto la strozza lo stesso...”».

E tra funzionari zelanti e registi geniali, attrici incipriate e mega-direttori insopportabili, si muove la storia dei cinque arzilli vecchietti - cinque «anziani Rai» decisi a scrivere una fiction esplosiva sul mondo della tv - raccontata da Bruno Gambarotta. Che da arzillo vecchietto - «scriva pure un rompicoglioni» - ripercorre corridoi, studi, uffici e teatri di posa di una Rai che lui ha conosciuto, nell'ordine, come: cameraman, programmista, sceneggiatore, regista, direttore di produzione, autore, conduttore... «E attore... ogni tanto mi chiamano per una particina. Ora farò il prete in una fiction con la Littizzetto». Astigiano di nascita e artigiano della scrittura, Gambarotta è abituato a fare di tutto, quando serve. E facendo di tutto, quando serve - scrivere i testi, presentare, fare la spalla - li ha conosciuti tutti: da Nanni Loy con il quale ha iniziato, a Magalli («disciplinatissimo, furbo, ammiccante, il perfetto conduttore romano, uno di quelli che il pubblico non può non stare dalla sua parte»), Celentano («un unicum , ogni uomo di spettacolo ha le proprie caratteristiche, ma sono tutti spietatamente preparati, dei perfezionisti. Adriano no: non sa niente e non gli interessa niente, però alla fine è il più bravo»), Fabio Fazio («meticoloso, gran lavoratore, divorato dall'ansia, uno che ha bisogno di continue rassicurazioni ma geniale nell'inventarsi trasmissioni in cui mescola i generi, contamina tutto»)...

Una moglie, 12 tra figli e nipoti, una passione smodata per la cucina, sia dietro i fornelli che davanti alla tavola, Bruno Gambarotta - aziendalista più del ragionier Fantozzi - in realtà ha sposato la Rai. È innamoratissimo di quella di ieri, e preoccupato per quella di oggi. «La vedo sottotono, la vorrei più orgogliosa. Nessuno sa che ha 14 canali, a esempio. Ogni tanto incontro gente che mi dice: “Perché non fate più quelle belle commedie, quei bei concerti?”. “Signora, ci sono, c'è Rai 5”. Ieri ero a Roma, ospite a Unomattina , e a Giancarlo Leone, direttore di Rai 1, ho detto: “Ma perché invece del gay pride non facciamo un bel Rai pride? Una giornata dell'orgoglio Rai?”. Ha detto che ci penserà su...».

Mentre i vertici ci pensano su, cosa è successo alla Rai attuale? «Ha ceduto il proprio potere agli agenti e alle agenzie. Che pur facendo il loro mestiere, cioè alzare i prezzi dei loro artisti imponendo nomi della scuderia, tolgono identità all'azienda. L'hanno rovinata, come i procuratori hanno rovinato il calcio. Ma se continui a spostare da una parte all'altra i giocatori come delle pedine, sparando prezzi folli, come fa la gente ad affezionarsi a una squadra?».

Già. E come si fa a far affezionare la gente alla Rai? «A esempio trovando, magari anche grazie ai talent , delle nuove leve, mettendo subito sotto contratto i migliori. O facendo programmi meno ansiogeni e trasmissioni di informazione che alla sera mi aiutino a rimettere ordine fra tutte le cose accadute durante il giorno, senza gridare e senza far passare una cazzata per una cosa importante, e viceversa». Visto che ci siamo, e che siamo a Mantova, perché i libri in tv da un pezzo non funzionano? «Perché li rinchiudono in programmi o rubriche specifiche, che la gente salta se non c'è uno come Baricco. Oppure perché fanno una cosa come Masterpiece , un flop meritato, in cui il personaggio prevale sulla scrittura. Invece il libro deve essere messo in circolo, come un virus, in ogni trasmissione, di qualsiasi cosa si parli: politica, medicina, moda, peperoni... Fossi direttore generale della Rai, sa cosa farei? Imporrei che se due persone in video, dopo dieci minuti che parlano, non si chiedono “che libro stai leggendo” o “che libro mi consigli”, quella trasmissione chiuda. E manderei una circolare interna che imponga agli arredatori di mettere in ogni fiction Rai, in tutti gli interni, una libreria. Così, per abituarci al libro. Cosa dice?». Complimenti. Un bel romanzo.

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