La triste favola del benessere sovietico

Francis Spufford mischia realtà e fantasia per rileggere dall'interno il grande inganno dei piani quinquennali

La triste favola del benessere sovietico

Un viaggio nel tempo, lunghissimo. Un viaggio che inizia con un sogno, anzi con una fiaba. E che piano piano si trasforma in un incubo, in un racconto di orrore, rimpianto e povertà. Ed essendo un viaggio nel tempo, pardon una favola, che si svolge nell'Urss, a raccontare non è una voce sola, ma tante. Come in un canto corale, una nenia dei cosacchi che sembra nascere dal suolo della Russia. Questo è quello che offre al lettore Francis Spufford nel libro L'ultima favola russa (Bollati Boringhieri, pagg. 482, euro 19,90), che arriverà a breve in libreria. Spufford, come si capisce dal nome, è nato lontano da Mosca (è inglese e insegna al Goldsmiths College di Londra). Eppure ha deciso di prendere quello che sarebbe un argomento da saggio storico - il sistema economico russo dal 1938 al 1970 - e l'ha trasformato in un romanzo che, per la cronaca, ha vinto l'«Orwell prize» del 2011.

Lo ha fatto assemblando mattoncino per mattoncino una costruzione letteraria titanica quanto lo fu la corsa verso la produzione dello stalinismo. Nel libro compaiono personaggi reali e personaggi di fantasia. Tra i primi possiamo annoverare Nikita Sergeevic Cruschev (segretario del Pcus), Andrej Gromiko (suo ministro degli Esteri), l'ambasciatore americano Henry Cabot Lodge, Sergej Lebedev (genio dell'informatica sovietica), Frol Kozlov (delfino di Cruschev) e tanti altri. E ogni volta che uno di questi personaggi parla, nel libro trovate una nota che spiega perché gli si fa dire questa o quella cosa. Insomma la prova provata, mi si perdoni il gioco di parole, del realismo letterario della ricostruzione del socialismo reale. Tanto che l'apparato bibliografico occupa 65 pagine scritte in piccolo, roba da far invidia alla fu veneratissima (da alcuni) Enciclopedia sovietica.

Per quanto riguarda invece i personaggi inventati, forniscono un fondamentale controcanto, quello dei cittadini sovietici costretti a vivere sulla propria pelle gli effetti dei piani quinquennali e del socialismo reale. La trama invece è quasi assente, il libro è composto di tableaux vivants che accostati l'uno all'altro ricostruiscono il destino dell'Urss.

Così il lettore incontra su un tram strapieno che sferraglia per le vie di Mosca, correndo l'anno 1938, il grande matematico e premio Nobel per l'Economia Leonid Vital'evic Kantorovic. Asfissiato dalla pressione della folla, il genio ragazzino che a 26 anni è già un luminare, infastidito da un calzino fradicio (ha una scarpa bucata che non trova il modo di sostituire) riflette su come modificare e incrementare la produzione industriale. Mentre legge gli inutili manifesti stalinisti - «La vita è diventata migliore, più festosa» - spera di trovare il modo di rendere davvero i sovietici più ricchi.

Medita su quelli che saranno i suoi (inutili) cavalli di battaglia matematici per cambiare il sistema: Metodi matematici per organizzare e pianificare la produzione (1939), Calcolo economico e utilizzazione delle risorse (1959).

Ma non si ha tempo di appassionarsi alla guerra del giovane professore per fornire scarpe nuove a tutti i proletari del mondo, se pur laureati, che già si è in compagnia di Cruschev in viaggio diplomatico negli Usa nel 1959. Di fronte a un chiosco di hamburger è preso da grande ammirazione: «Guarda Gromyko! È un idea geniale... È una piccola catena di montaggio, un modo efficiente, moderno di sfamare le persone... Questo è cibo per i lavoratori!». Però l'orgoglio proletario del compagno presidente lo spinge a dire a una platea di industriali americani: «Non sono venuto qui a mendicare! Io rappresento il grande Stato sovietico». E per certi versi aveva ragione: l'acciaio o la gomma sovietica crescevano a ritmi eccezionali. Peccato che lo stesso anno - la scena si sposta rapidamente lì - alla mostra dei prodotti americani a Mosca, i russi restino stupiti davanti a tutto. A partire dai dosatori di plastica: nelle loro case non c'è nulla.

Così di salto in salto Spufford ci porta in un villaggio a pochi chilometri dalla capitale sovietica dove il cibo non arriva mai, in fabbriche dove si produce l'inutile, a convegni dove gli economisti litigano, in case dove il sogno del benessere fugge sempre più lontano. E poi il libro si chiude nella dacia di un pensionato d'eccezione, un vecchio Cruschev. Corre l'anno 1968, e lui siede a guardare un gigantesco televisore, pensa e si annoia. Poi sente le notizie della rivolta di Praga: «Il paradiso è un posto dove le persone vogliono vivere, non dal quale le persone vogliono scappare. Che razza di socialismo è questo?». Poi si tappa la bocca con la mano. E tace. È il silenzio la cosa peggiore che segue alla fine delle favole.

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