«A volte gli scomparsi ritornano»

«A volte gli scomparsi ritornano»

L'assassino torna sempre sul luogo del delitto. È quindi naturale che Donato Carrisi, dopo il megasuccesso nazionale e internazionale del suo adrenalinico esordio Il suggeritore abbia deciso di rimettere in scena alcuni dei protagonisti di quel thriller ne L'ipotesi del male (Longanesi, pagg. 432, euro 18,60). Un romanzo che è un concentrato di inquietudini e suspense che ha come tema centrale le persone che scompaiono.
Lo stesso Carrisi ha deciso di sparire dalla circolazione per alcuni mesi proprio per provare in prima persona le stesse sensazioni con cui deve fare i conti la sua indagatrice Mila Vasquez. «La mia sparizione - ci racconta l'autore - è stata alquanto blanda. Ma ho avvertito l'esigenza di tagliare per un po' il guinzaglio tecnologico con cui la nostra vita ci tiene ancorati a sé. Ho spento il cellulare, ho chiuso la casella mail e ho iniziato un lungo viaggio».
Come si è documentato sugli scomparsi?
«Per anni ho intervistato poliziotti che si occupano di scomparse o parenti e amici di persone che hanno scelto di sparire. Però mi mancava sempre la voce di chi aveva deciso di consegnarsi al buio. Alcuni di loro hanno fatto ritorno, così li ho ascoltati. Il loro racconto era sincero, ma ho sempre avuto l'impressione che stessero recitando una parte, che mi stessero dicendo proprio ciò che volevo sentirmi dire perché, come tutti quelli che non sono scomparsi, non avrei mai potuto capire la loro verità. E allora l'ho rubata dai dettagli. Per esempio, tutti raccontano della prima notte dopo la scomparsa: il freddo, la paura, l'incertezza. Ma nessuno descrive la seconda. Come mai?».
È vero che l'idea del suo romanzo è nata da uno scambio di mail con uno sconosciuto?
«Un giorno mi ha scritto un lettore del Suggeritore dicendo di essere uno scomparso. Mi ha raccontato, conservando il perfetto anonimato, che anni addietro aveva abbandonato un'esistenza di cui non era soddisfatto per crearsene una completamente nuova, con un'altra identità e un passato interamente inventato. Non avevo i mezzi per appurare se stesse dicendo la verità, ma la sua storia era credibile e l'ho utilizzata come spunto per il romanzo».
Quanto le mancavano i personaggi del suo primo thriller?
«Sono stato inseguito da loro per quattro anni. Mi stavano con il fiato sul collo: come un coro silenzioso, mi fissavano cercando attenzione. Li ignoravo e loro mi venivano appresso. Quando finalmente mi sono deciso ad ascoltare ciò che avevano da dirmi, è nata questa storia. Ma il rapporto che uno scrittore può avere con i propri personaggi è sempre ambiguo. In realtà, non sopporti che ricevano più attenzioni di te da parte del pubblico, ma d'altronde dipendi da loro... In fondo, il sogno segreto di ogni autore è uccidere il proprio protagonista».
Pensa che la sua eroina Mila Vasquez sia cambiata in qualche modo?
«Come tutti i poliziotti che hanno a che fare con casi di scomparsa, non riesce a sganciarsi dall'ossessione di scoprire che cosa sia accaduto alle persone sparite nel nulla. Non può chiamarle “vittime”, anche se sarebbe una liberazione poterlo fare. A ogni modo, Mila è maturata molto in questo romanzo, ha acquisito maggiore consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità. Ma il buio che da sempre la chiama stavolta è riuscito nell'intento di riportarla a sé. Perché l'unica maniera per sapere cosa accade agli scomparsi è seguire i loro passi nell'oscurità...».
Quanti obitori ha visitato per scrivere L'ipotesi del male?
«Forse troppi! Ma la cosa sorprendente è che, in ogni parte del mondo, si somigliano tantissimo. Il romanzo, infatti, inizia in uno di quelli che ho visitato. Ho trovato un mistero che mi sembrava perfetto per cominciare un thriller».
Può parlarci della misteriosa Stanza dei Passi Perduti?
«È un locale senza mobili, in apparenza vuoto. In realtà le pareti sono tappezzate di fotografie: sono i volti degli scomparsi. Sono lì perché il mondo non dimentichi di cercarli o di cercare la verità sulla loro sorte. È una specie di luogo intermedio, sospeso: per i vivi che non sanno di essere vivi e per i morti che non possono morire. Le fotografie che vi sono raccolte sono l'unica prova dell'esistenza di uomini, donne e bambini che, da un giorno all'altro, hanno abbandonato il genere umano».
Che cos'è per lei il male?
«È una condizione dell'anima. Non è solo una categoria morale o, più semplicemente, un comportamento. La nostra anima in alcuni casi è più predisposta al male, in altri casi al bene. L'alternanza fra le due condizioni è l'essenza della natura umana».
Lei è riuscito a scrivere un noir che è allo stesso tempo un prequel e un sequel del Suggeritore...
«Non mi piacciono né i sequel né i prequel, perciò dovevo trovare una formula che mi consentisse di proseguire il racconto dei personaggi del Suggeritore. Mettere insieme entrambe le cose è stato il modo più efficace: L'ipotesi del male è un romanzo completamente indipendente dal precedente, anzi si può dire che siano libri “gemelli”... Ai lettori il compito di scoprire chi fra i due è il più cattivo».

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