Negli anni Settanta, in un curioso ma efficace studio sulla relazione tra pensiero magico e management aziendale, Managers e magia, Graham Cleverley scriveva come il mondo magico fosse riemerso proprio nel cuore della società manageriale, nella finanza e nelle organizzazioni aziendali. Anticipando e rovesciando il paradigma di Ulrich Beck sulla società del rischio, Cleverley notava quanto, per affrontare in maniera compiuta l'imprevisto, fosse necessario cesellare una nuova mentalità dirigenziale. E quale migliore forma se non quella di chi, mago, sacerdote o sciamano che sia, è da sempre chiamato a confrontarsi con l'inconoscibile? Mircea Eliade, nel rimarcare la connessione tra sfera mistica e conoscenze tecniche, sottolineava quanto lo sciamano fosse custode di segreti che oggi ricomprenderemmo nel campo della tecnica. In questo filone, e con sguardo critico rivolto proprio a Eliade e alla sua formulazione di sciamanismo, si inserisce il prezioso e notevole Sciamanismo. La religione senza tempo, di Manvir Singh, tradotto da Matteo Trevisani ed edito da Atlantide. Singh, antropologo dell'Università della California e collaboratore del New York Times, ci immerge in una lunga cavalcata che si dipana per oltre trecento pagine e che si divide in due macroparti: una di orientamento sciamanico, così definita dallo stesso autore parlando del suo incontro con il vero sciamanismo, in Indonesia, e una seconda che allargando lo sguardo legge nello sciamanismo l'eco di una tendenza umana più ampia.
Lo sciamano è l'elemento di congiunzione tra libertà e caos, tra la sfera della vita e quella della morte, figura che percorre la spettrale frontiera che distingue reale e irreale. "Camminare da soli nella giungla di notte esponeva al rischio che gli spiriti colpissero il malcapitato" scrive Singh. Eliade, che nel volume appare citato e discusso più volte, passando in rassegna le modalità attraverso cui lo sciamano acquisisce i propri poteri, scrive come questi non si connetta semplicemente all'antenato defunto o allo spirito animale per le sue ascese celesti o le sue discese infernali; incarna egli stesso il morto o l'animale.
Le teorie di Eliade sono sottoposte a penetrante critica da parte di Singh: l'angolazione prospettica dello studioso rumeno finisce per ricondurre allo sciamanismo solo determinate tradizioni, escludendone molte altre attraverso un paradigma che appare legato a preferenze individuali.
Singh è molto bravo nel connettere le due parti che, in certa misura, rischierebbero se affrontate con altra sensibilità di divenire due distinti libri. Si passa quindi dalla narrazione vissuta, in presa diretta, di Singh in Indonesia, a contatto con l'autentico sciamanismo tribale, occasione per analizzare la ricostruzione accademica e scientifica su queste dottrine, a quanto e come forme sciamaniche si siano diffuse in occidente. Maghi del mercato e neo-sciamani, come recitano due capitoli.
Troviamo così la Silicon Valley che ha voluto edificare una sua infrastruttura mistica. Dal dio-faraone Steve Jobs allo stile di vita di Jack Dorsey, che Singh affronta parlando delle privazioni e dei regimi esistenziali draconiani che spesso top manager, CEO, finanzieri si impongono. Lo sciamanismo postmoderno della valle del silicio, con il suo festival "Burning Man", incuneato nel cuore della città ricombinante di Black Rock City. La città, nel deserto del Nevada, viene costruita, vissuta per otto giorni e poi dismessa dai partecipanti. Sembra evocare Bellona, la città organismo di cui scriveva Samuel R. Delany nel romanzo Dhalgren. "Il Burning Man è tutto quello che le persone vogliono che sia" nota Singh.
C'è in quel gelo desertico, notturno e neon, il prisma del simulacro di Jean Baudrillard, lo sguardo caliginoso perso tra Las Vegas e la spiaggia di Santa Monica, dove "finisce la civiltà occidentale". Qui lo sciamanismo hi-tech costruisce "un parco giochi sperimentale dove le persone cercano di portarsi a vicenda gioia e meraviglia. È un caleidoscopio del piacere umano, un prisma che riflette i gusti e i capricci del mondo bohémien e benestante". E affrontando il tema del mondo degli investimenti e delle speculazioni finanziarie, Singh ricorda la similitudine tra sciamani e uomini di finanza. Non sono la stessa cosa, ammonisce l'autore, perché altrimenti si svuoterebbe di senso lo sciamanismo autentico, ma occupano nicchie consonanti. "Le persone" rileva "vogliono controllo e percepiscono un ordine sotto il livello del caos. Gli esperti finanziari competono per capitalizzare su questa disperazione, costruendo performance elaborate per convincere gli altri delle proprie capacità uniche". D'altronde ricordo come nell'aprile del 2015, la NBC abbia riportato i dettagli di un rito di iniziazione di una azienda di brokeraggio di Londra.
Un nuovo dipendente, a tutti gli effetti un novizio, venne costretto per poter essere considerato parte dell'ufficio a ingozzarsi di hamburger giganti entro un'ora. Iniziazione, ormai, nel mondo tecnosciamanico non è più termine meramente metaforico.