«Design vuol dire rischio: è come un bosco in verticale»

di Marco Lombardo

«Il designer deve prendersi dei rischi, sennò a che serve il design?». Ad esempio prendere un bosco e metterlo in verticale in mezzo alla Milano che cambia, così come ha fatto Stefano Boeri: «È un esperimento interessante, e come tale siamo curiosi di come andrà a finire...». Ecco dunque il Salone del Mobile visto dall'architetto che ha cercato di trasformare Milano come assessore, ma che poi la sua stessa parte politica ha trovato poco allineato: il bello, in effetti, in quell'ambiente non fa audience. Però - estromesso, o meglio non riconfermato, dalla giunta Pisapia - Boeri è andato avanti con i suoi progetti (e con qualche rimpianto). E con il mondo che guarda con meraviglia il suo Bosco Verticale: «Ho ricevuto diverse richieste, ci sono grandi città che ne vorrebbero uno. Vediamo...».
Intanto arriva il Salone del Mobile con il Fuorisalone. E Milano sembra impazzire.
«È vero: negli ultimi anni c'è stato un forte rilancio».
Nonostante la crisi...
«Sì, che si è sentita nei numeri di Cosmit, ma che non ha intaccato l'interesse per il design. Diciamo che la filiera ha avuto serie difficoltà, però dentro quel mondo ci sono aziende fondamentali che grazie ai consumi dall'estero sono riusciti a reggere».
Un mondo che andrebbe considerato di più dalla politica?
«Certamente. È la parte della nostra economia che, insieme alla moda, fa export. E soprattutto made in Italy».
Soprattutto perché il design, quello sì, non conosce crisi d'interesse.
«Nei momenti di difficoltà si seleziona di più e si sceglie meglio. E ci si rivolge a ciò che è bello».
Milano in questo fa sognare in effetti.
«Il Salone e il Fuorisalone sono una combinazione unica, esiste solo qui. È un evento che ha due caratteri ben definiti: economico e culturale. E sa una cosa?»
Dica.
«È l'ora di smetterla di fare assurde distinzioni tra le due cose. Insieme in questi giorni questi due mondi producono il meglio della città».
E un interesse incredibile, visto il traffico che c'è nei quartieri del Fuorisalone: tra eventi e visitatori si fa fatica a muoversi a piedi...
«Visto? È fantastico».
Qual è la zona che consiglierebbe?
«Oltre alla tradizionale zona Tortona e alla novità di Lambrate, guardo con attenzione lo sforzo dei commercianti di Brera che quest'anno hanno organizzato eventi molto belli. Sperando che il Comune abbia dato loro una mano...».
È il trionfo dell'estetica, insomma.
«L'estetica in questo senso è la realizzazione del bello, soprattutto dove non c'è superfluo ma un aggiunta di qualche cosa. Soprattutto dove c'è la massima semplicità».
Aveva ragione Steve Jobs: per essere grandi bisogna sposare il design con l'essenzialità...
«Beh, l'iPhone è l'esempio massimo. Non è il telefono migliore, però tutti lo vogliono e sono disposti a pagare di più per averlo. È uno status symbol».
Si può dire che il design è diventato più status del denaro?
«Certo: dove e come viviamo, le cose di cui ci circondiamo, tutto questo è quello che siamo. Più sono belle e particolari, più noi siamo distinguibili e valutati».
Le parole d'ordine del design?
«Eleganza ed essenzialità, direi. E anche immaginazione».
In che senso?
«Il design deve saper anticipare i gusti delle persone. Se vede ad esempio il made in Italy Anni '60, allora sì capì la grande rivoluzione borghese del Paese ancor prima che succedesse».
E ora qual è il prossimo futuro da catturare?
«Oggi andiamo verso nuove forme di coabitazione, dalle famiglie più o meno tradizionali, agli studenti, alle persone che decidono di vivere insieme per abbattere i costi. Così le singole stanze di una casa diventano miniappartamenti: ci si mette il computer, la tv e magari anche un piccolo frigo. Mentre la cucina diventa il vero luogo di aggregazione e socialità».
Una rivoluzione degli spazi.
«Una rivoluzione economica e culturale, appunto. E il design deve precorrere questa strada».
Un'altra rivoluzione è quella della città che si alza in verticale. Un trend che ha creato polemiche...
«Io non capisco questa dicotomia orizzontale-verticale: Milano è una città fondamentalmente bassa, i tetti arrivano al massimo a 20 metri. Da cui svettano pochi edifici alti».
Come il suo Bosco, appunto.
«Le ho detto, è una novità e un esperimento insieme: del resto la Torre Velasca ai tempi non lo era? Un esperimento esaltante: sono curioso di vedere come reagiranno le persone che ci andranno ad abitare. E poi tenga presente che tra un po' non ci saranno solo le piante, ma arriveranno uccelli e farfalle. Un vero ecosistema in mezzo alla città».
Difficoltà nella realizzazione?
«Agli ultimi piani c'è molta corrente: siamo andati in una galleria del vento in Florida per selezionare gli alberi da mettere e studiare come ancorare le radici».
Tornando al Salone: è una delle ultime prove generali prima di Expo.
«Che è davvero una grande occasione per Milano: la nostra è una grande metropoli in realtà molto piccola. C'è tutto: monumenti, multinazionali, grandi ospedali, stadi, istituzioni, ma in un'area davvero ridotta. È una città bellissima - basta guardarla con attenzione - dove si vive bene. Dobbiamo solo crederci».
A proposito: in che cosa non ha creduto Milano del progetto di Stefano Boeri?
«Mi spiace non essere riuscito a portare temporaneamente la Pietà Rondanini di Michelangelo a San Vittore. Sarebbe stato il modo migliore per raccontare ai milanesi e al mondo che stiamo finalmente occupandoci di un'opera struggente che tutto il mondo ci invidia e che noi non abbiamo saputo valorizzare. Quell'abbraccio tra la madre e il figlio - anche per chi non è credente - trasmette un concetto di generosità e cura reciproca che è stato importante nella storia di Milano. E che sarebbe cruciale rilanciare oggi. Per fortuna il Comune ha decso di portare a termine il progetto di un nuovo museo per la Pietà Rondanini che avevo avviato».
In pratica: Michelangelo come precursore del design?
«Di più: un designer straordinario. Capace di trasformare in marmo emozioni, affetti e idee...».

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