«Un destino tedesco» di essere solo contro tutti

Luigi Iannone

Ernst von Salomon ha attraversato da intellettuale ribelle tutta la temperie novecentesca, tanto che Drieu la Rochelle confessò «di riconoscere in lui un fratello». Come tanti della «rivoluzione conservatrice» seminò i campi su cui avrebbe germogliato il nazismo, ma per tutta la vita provò a sperimentare ogni possibile percorso. Quel peccato originale tuttavia ne marchiò l'opera tanto da farla intendere come banale tentativo opportunistico per giustificare a posteriori scelte sbagliate. E invece le cose stavano (e stanno) in maniera diversa.

Condannato nel giugno del 1922 a cinque anni di carcere per essere entrato nella vicenda dell'assassinio del ministro degli Esteri Walter Rathenau, nel 1933 von Salomon si rifiutò di aderire al nazionalsocialismo. Scelse la «migrazione interna» e di vivere come sceneggiatore per il cinema. A fine conflitto, dopo aver subìto accuse da Weimar e dai nazisti, fu detenuto dagli americani come prigioniero di guerra. Ma aver avuto tutti contro non bastò. Aveva assistito alla disfatta della Prima guerra, alla scomparsa dell'Impero, a Weimar, all'illusione nazista e alla dilaniante scelta forzata tra Est e Ovest, e nonostante questo garbuglio la sua vicenda umana e intellettuale continuava a essere racchiusa in due soli concetti, quello di «proscritto» e di «prussiano».

Il romanzo politico che meglio chiarisce gli intenti e la vicinanza agli ideali della «rivoluzione conservatrice» è Un destino tedesco. Andato in stampa nel 1972 grazie alle Edizioni del Borghese e poi nel 1984 con l'editore Ciarrapico, è allegoria di una vita che, come scrive Gennaro Malgieri nella corposa introduzione, si è costruita su un'epica letteraria della lotta, della militanza politica, della rabbia sociale, della dissoluzione della sua nazione e nel tentativo di una connessione mai riuscita tra «socialismo prussiano» e «conservatorismo anomalo». Perché von Salomon continuò sempre ad appartenere a «una generazione moralmente divorziata dalle precedenti» (Zeev Sternhell) tanto che di questo spaesamento ritroviamo sintesi finale in un'intervista rilasciata a due mesi dalla morte, nel giugno 1972, a Dominique Venner e da cui estrapoliamo queste due significative righe: «Sono sempre stato per Enrico il Leone, prussiano ante litteram, contro Barbarossa, l'imperatore cosmopolita che diluì l'energia germanica in un sogno latino».

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