«Dickens? Un marito cattivo e infedele»

Come dire, era un uomo completo. Forse è proprio questo il modo di essere del genio: due anime nello stesso petto, elevata contraddittorietà, una gamma di sentimenti più ampia - nel bene come nel male - di quella media degli esseri umani. O forse anche no.
Per Dickens, però, sì. La tradizione scolastica e agiografica lo vuole autore di fluviali romanzi «per famiglie», tipo Grandi Speranze o David Copperfield, uno scrittore che ad ogni Natale non rinunciava a regalare al suo affezionatissimo pubblico un lacrimoso Christmas Carol, un moralista intransigente sulla pagina e nella vita quotidiana, sebbene Giorgio Manganelli l’abbia acutamente catalogato, invece, tra gli scrittori più noir, ambigui e horror di tutti i tempi.
È un filone critico in crescita, questo del Dickens «doppio». A cui va ad aggiungersi Girl in a blue dress di Gaynor Arnold (Crown, pagg. 432, dollari 25,99), un romanzo che indaga, pur usando pseudonimi per i protagonisti (che i lettori anglosassoni non hanno tardato a riconoscere), la vita intima e matrimoniale del leggendario narratore vittoriano.
«Ho cominciato a leggere Dickens - ci racconta Gaynor Arnold - a undici anni e non ho mai smesso. È una persona davvero interessante, poiché si considerava un essere umano assolutamente “morale”, salvo poi, al momento di separarsi dalla moglie, comportarsi in modo più che disdicevole, sebbene fino alla fine di questo dette la colpa al mondo, e mai a se stesso».
E come si comportò?
«Dapprima separò fisicamente, tirando su veri e propri muri, gli spazi di casa. Da una parte i suoi, dall’altra quelli della consorte, di modo che servitù e amici sapessero come stavano le cose. Con gli ospiti che osavano difendere davanti a lui le ragioni della moglie, Catherine Hogarth, era subito litigio, e dal giorno dopo, in pratica, Dickens interrompeva l’amicizia, tout court, di botto. A un certo punto, prese a gettare fango».
Fango?
«Dickens aveva una grande fama, a quel tempo. Correva il 1858. Non era solo un celebre romanziere, ma anche un grande giornalista. Così, prima nei racconti - surrettiziamente, in brevi frasi -, poi con articoli espliciti sui quotidiani, infangò l’immagine della moglie, con cui era stato più di vent’anni e con cui aveva fatto dieci figli, facendole accuse di ogni tipo, persino quella di “aver sovrappopolato il mondo”, come se i figli non si facessero in due. L’accusò persino di essere diventata grassa e di aver così tradito il suo ideale di donna esile e quasi verginale».
A chi andarono i figli?
«A lui, che, va detto, li aveva seguiti tutti con amore fin dalla nascita, cosa insolita all’epoca. Ma quando la moglie andò a vivere da sola - sebbene non ci fosse stato un divorzio formale, che lui non voleva - e il figlio maggiore andò con lei, Dickens lo richiamò indietro e fece di tutto per ostacolare i rapporti tra i figli e la loro madre. Catherine finì, per solitudine, a organizzare dei tè delle cinque per i bambini dei vicini».
Ma furono mai felici?
«Sì, e molto, ma solo nei primi anni. Quando si conobbero Dickens era un uomo vigoroso, amabile, un attore che frequentava i teatri, un ballerino. I suoi libri erano pieni di vita. Un uomo non convenzionale, e Catherine si innamorò di questa non convenzionalità, come altre dopo di lei».
Già, siamo alla storia con “Nelly”.
«Ellen Ternan, l’attrice di teatro diciassettenne di cui Dickens si innamorò e con cui stette per dodici anni. Si separò da Catherine per lei. Era un monogamo convinto e non sopportava di stare con più donne. Credo che per tutto il matrimonio con Catherine le sia stato fedele».
Però all’inizio di quest’anno è stato ritrovato un certo anello...
«Sì, la notizia ha fatto molto scalpore. L’anello testimonierebbe una relazione di Dickens con Georgina Hogarth, la sorella di Catherine. La donna, a un certo punto, era persino andata ad abitare con la coppia. Ma credo si trattasse di un amore platonico, anche se il test pubblico di verginità che Dickens fece fare a Georgina per annientare le dicerie della gente mi sembra un’altra aberrazione che si poteva evitare».
Ma che tipo di persona era Catherine?
«Innamorata, devota. Ma ad un certo punto cominciò a essere profondamente disturbata, a livello psichico, dall’arrivo di Georgina. Divenne davvero gelosa. Non bastasse, viveva in un ambiente sociale dove le donne venivano considerate come bambine cresciute e poco più».
La stessa società che glorificava Dickens.
«Che però disse la verità su se stesso ritraendosi in Jasper, uno dei protagonisti del Mistero di Edwin Drood. Uno che di giorno suona l’organo in chiesa, la sera va nelle fumerie d’oppio».
Ipocrisia?
«Duplicità, piuttosto. L’ipocrita è uno che è cosciente di fare qualcosa di male. Dickens era invece convinto della giustezza di ogni sua azione, compreso il tener nascosta la relazione con Nelly, che non venne mai presentata pubblicamente. Faceva numeri da circo per incontrarla sui treni, in gran segreto. Quando negli ultimi tempi, però, si decise a portarla con sé nel suo ultimo viaggio in America, furono gli americani a non accettare la relazione tra un vecchio e una donna molto più giovane, e a non consentire l’ingresso di Ellen negli Stati Uniti».
Come sta andando il libro? Si dice sia un grande successo...
«Era in corsa per il Booker Prize, dodicesimo su 140 titoli, i giurati l’avevano selezionato quando era solo in bozze. Ma è stato in concorso pure per l’Orange Prize, premio per scritture femminili di tutto il mondo, e non solo del Commonwealth e di entrambi i sessi, come il Booker. Il fatto che due giurie così diverse si siano accorte di Girl in the blue dress mi rende contenta. A proposito, io sono sposata da 40 anni».

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