Mentre il mondo guarda ancora una volta alla crisi nel Golfo Persico, che a sua volta ha messo in secondo piano il conflitto in Ucraina e i risultati ottenuti dalla campagna di bombardamento di Kiev nei territori occupati dai russi che sta mettendo in crisi il sistema di rifornimento della Crimea, la Repubblica Popolare Cinese compie un'altra mossa nello scacchiere del Pacifico Occidentale e per la prima volta oltrepassa, nelle sue rivendicazioni territoriali marittime, la “Linea dei Nove Tratti” spostandone il limite a est dell'isola di Taiwan.
Sabato 6 giugno, come riferisce lo stesso organo di stampa statale Global Times, Pechino ha lanciato “un'operazione speciale di applicazione della legge marittima nelle acque a est dell'isola di Taiwan”. La Repubblica Popolare riferisce che “si tratta di una mossa necessaria in risposta all'annuncio unilaterale da parte di Giappone e Filippine dei cosiddetti "colloqui sulla delimitazione marittima" a est dell'isola cinese di Taiwan, che costituisce una grave violazione della sovranità territoriale e dei diritti e interessi marittimi della Cina”.
L'operazione, lanciata dal ministero dei Trasporti cinese, in coordinamento con le amministrazioni per la sicurezza marittima del Fujian e del Guangdong, il Centro di supporto alla navigazione del Mar Cinese Orientale e l'Ufficio di soccorso del Mar Cinese Orientale, mira a esercitare pienamente la giurisdizione cinese in materia di applicazione della legge marittima, a rafforzare le capacità di controllo e vigilanza del traffico marittimo in acque strategiche, a garantire la sicurezza del traffico marittimo e a salvaguardare i diritti e gli interessi nazionali, riporta ancora il media di stato cinese.
Riconoscere le ZEE per limitare l’espansionismo cinese
Il 28 maggio, infatti, il Giappone e le Filippine hanno annunciato che avrebbero delimitato le loro ZEE (Zona Economica Esclusiva) che sono sempre state sovrapposte in forza delle rispettive rivendicazioni, decidendo quindi di trovare un accordo come previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). La risposta di Pechino è stata quella di inviare una flottiglia paramilitare attraverso il Canale di Bashi e nell'Oceano Pacifico a est di Taiwan, in acque che sino ad ora non sono rivendicate nemmeno nelle sue mappe più estese.
Le navi della Guardia Costiera cinese erano accompagnata anche da unità idrografiche – che spesso vengono utilizzate anche come navi spia e che, in prospettiva, potrebbero essere usate per il taglio delle condutture sottomarine – a indicare la volontà di acquisire diritti su un braccio marittimo che sino a oggi non è mai stato rivendicato, ma che implicitamente la Cina ritiene le appartenga in quanto afferente all'isola di Taiwan.
Non è infatti un caso che, nel suo comunicato, Pechino sottolinei che le manovre navali siano state effettuate in conformità col diritto internazionale marittimo. La dimostrazione di forza è terminata il 10 giugno, dopo che le navi cinesi si sono allargate sino alla ZEE orientale di Taipei, facendo poi rotta nord per virare successivamente a ovest a nord di Taiwan dopo aver oltrepassato l'isola nipponica di Yonaguni, ultima della catena delle Sakishima e al centro di una recente crisi tra Tokyo e Pechino.
Modi e tempi precisi
Il punto cruciale della vicenda sta nella modalità dell'azione e nella tempistica. L'azione è stata condotta da unità navali paramilitari, seguendo esattamente lo stesso schema di ciò che avviene nel Mar Cinese Meridionale, dove la Guardia Costiera cinese compie azioni aggressive nei confronti delle imbarcazioni filippine nella ZEE di Manila in una crisi che si è aperta da un paio d'anni a questa parte.
In quel mare, spesso e volentieri le unità della Guardia Costiera sono accompagnate dalla flottiglia da pesca cinese, utilizzata come una vera e propria milizia marittima per compiere azioni coercitive “sottosoglia” come blocchi e intimidazioni. Spesso a bordo delle barche da pesca cinesi maggiori è presente anche personale armato.
Pechino fondamentalmente usa la sua marina militare per dimostrare le proprie capacità, ovvero ciò che può fare con la forza, in azioni anche aggressive come avvenuto più volte nel Mar Cinese Meridionale o con semplici passaggi in acque prossime a quelle territoriali di altre nazioni che reputa “ostili” come il Giappone o l'Australia.
Viceversa, utilizza la sua Guardia Costiera e altre navi non ufficiali come forza paramilitare per affermare la propria sovranità, ovvero ciò che rivendica. La tempistica non riguarda tanto l'annuncio del futuro accordo nippo-taiwanese sulle reciproche ZEE, qualcosa che è stato direttamente innescato da Pechino stessa con le sue posture sempre più aggressive verso i Paesi limitrofi considerando che Taipei ha sempre rifiutato di venire a patti con Tokyo per la delimitazione delle rispettive zone marittime, bensì è possibile inquadrarla nell'esito del vertice Trump-Xi Jinping, dove il presidente statunitense ha messo sul piatto la vendita di armamenti a Taiwan in cambio di accordi commerciali più favorevoli, venendo quindi incontro ai desideri cinesi di far cessare l'invio di armi statunitensi a Taipei.
Dalle colonne del Giornale lo avevamo preannunciato già allora: questo atteggiamento mercantilista con la Cina degli Stati Uniti di Trump è foriero di instabilità proprio perché rende l'avversario (ovvero Pechino) più spavaldo, con ripercussioni importanti nel Pacifico Occidentale dove alleati come il Giappone, Taiwan o le stesse Filippine subiscono direttamente le conseguenze di questa nuova politica, generando timori sull'impegno americano che si riflettono in cambi epocali di posture strategiche: Tokyo, ad esempio, ha avviato una profonda mutazione della sua politica di sicurezza e difesa spendendo molto più in armamenti e aprendo alla possibilità di venderli all'estero, mentre Manila è tornata a guardare a Washington per la propria sicurezza aprendo nuove basi Usa sul proprio
territorio. Senza dimenticare l'Indonesia, altro grande attore regionale con interessi diretti nel Mar Cinese Meridionale, che sta investendo sempre di più nella Difesa aprendo partenariati con Paesi europei ed occidentali.