Donald Trump potrebbe essere la cosa migliore mai accaduta alla Nato dalla sua nascita nel 1949. Ad un’unica condizione: che sopravviva allo stress test a cui il capo della Casa Bianca ha cominciato a sottoporla sin dal suo primo mandato e che con il suo ritorno a Washington ha raggiunto livelli al limite del sostenibile. Lo sanno bene i partecipanti al vertice dell’Alleanza ad Ankara, in Turchia, che oggi entra nel vivo e durante il quale si teme che il presidente americano possa tendere un agguato contro i Paesi che non hanno fatto i compiti sull’aumento delle spese militari per la difesa. Al netto delle tensioni e dei timori, un piano per salvare l’Alleanza, il cui azionista di maggioranza si è fatto imprevedibile come non mai, già c’è. E a renderlo possibile, e forse senza rendersene conto, sarebbe stato proprio il tycoon.
Vediamo come. Gli strali del leader Usa contro la Nato e le nazioni che a suo dire hanno approfittato per decenni della protezione statunitense hanno posto sul tavolo una questione mai posta prima. Non solo con un’amministrazione a guida democratica ma neanche, è possibile immaginare, se al 1600 di Pennsylvania Avenue fosse sbarcato Mitt Romney o il compianto John McCain. La minaccia di abbandonare l’Alleanza da parte del commander in chief (una circostanza che si è quasi materializzata nel corso del primo mandato Trump) ha scosso i Paesi membri spingendoli ad incrementare le spese, sebbene a velocità diverse e aprendo alla prospettiva di un trasferimento di alcune funzioni della Nato dagli Stati Uniti all’Europa.
Dopo aver sentito il presidente Usa incoraggiare la Russia ad attaccare le nazioni della Nato che non pagano e minacciare la Danimarca per ottenere il controllo della Groenlandia, gli alleati hanno perso la fiducia nell’arrivo della cavalleria americana in caso di una crisi in Europa. La guerra in Iran e le critiche rivolte dalla Casa Bianca ai Paesi che non hanno supportato l’operazione Epic Fury hanno reso evidente una volta di più lo stato delle cose. E come hanno sottolineato fonti consultate dal Washington Post, i dubbi instillati da Trump sugli impegni previsti dall’articolo 5, caposaldo dell’Alleanza, hanno mostrato come il presidente statunitense non abbia più bisogno di ritirare l’America dalla Nato per indebolirla.
Ecco dunque che le nazioni dell’Alleanza si trovano ad immaginare e a muovere i primi passi verso un’organizzazione che nel peggiore degli scenari potrebbe dover affrontare un’aggressione russa con uno scarso supporto americano. O addirittura da sola. Secondo quanto emerso da interviste con oltre una decina di diplomatici, funzionari della difesa e ufficiali militari condotte dal Financial Times, un’America inaffidabile e potenzialmente ostile sta costringendo le capitali europee ad una radicale rivalutazione delle modalità di organizzazione della propria sicurezza. Discussioni che spaziano dalla leadership politica e dalle strutture di comando alla dottrina bellica e agli approvvigionamenti.
Gli insider consultati dal quotidiano britannico affermano che il Vecchio Continente dovrà elaborare un nuovo modo europeo di fare la guerra, caratterizzato da una maggiore leadership regionale, armi a basso costo, una produzione più efficiente e nuove strategie per proteggersi da Mosca. Questo anche perché, come dimostrato dalle guerre in Ucraina e Iran, un vantaggio schiacciante in termini militari convenzionali non è più necessariamente una garanzia di successo sul campo di battaglia.
Il dibattito in Europa è reso ancora più pressante dal fatto che l’amministrazione repubblicana desidera un ritiro rapido e potenzialmente “brusco” delle truppe americane dal Continente. “È un momento pericoloso. dobbiamo essere pronti”, dichiara al Financial Times un alto funzionario britannico. Alexandra de Hoop Scheffer, presidente del German Marshall Fund spiega però che la regione dovrebbe avere un approccio più proattivo per preparare il passaggio di responsabilità dagli Stati Uniti e vedere dunque quanto sta accadendo come un’opportunità piuttosto che come una “finestra di vulnerabilità” in cui gli “europei non sanno cosa fare (e) sono presi dal panico”.
Come menzionato, a livello di aumenti di spesa l’Europa ha battuto un colpo. Si stima che nel complesso i membri della Nato, escludendo gli Usa, abbiano incrementato gli stanziamenti per la difesa del 20% negli ultimi due anni. Un numero che, stando a quanto dichiarato dal segretario generale della Nato Mark Rutte (suo il difficile compito di fare da pontiere tra la Casa Bianca e i partner atlantici) sostiene 195mila posti di lavoro negli Stati Uniti.
Intanto gli eventi si susseguono veloci. “La Groenlandia ha posto l'europeizzazione della Nato al centro della sua agenda”, ha affermato un funzionario francese al Financial Times. I piani di difesa approvati dall’Alleanza lo scorso anno presupponevano che Washington avrebbe continuato a farsi carico di quasi il 40% dell’onere bellico ma, con ogni probabilità ora questa quota si ridurrà. E tra meno di sei mesi dovrebbe concludersi la revisione della presenza militare statunitense in Europa annunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth.
Da qui la convinzione nelle cancellerie europee che si debba salvare la Nato rendendola meno americana e rafforzando il ruolo del Vecchio Continente nel comando dell’Alleanza. Andando quindi oltre un potenziamento di spese e capacità paragonato dagli esperti ad un’aggiunta di muscoli ad un corpo ancora dipendente da un cervello inaffidabile. Oltretutto, nell’eventualità di un’aggressione russa bisognerebbe ricorrere ad una strategia diversa da quella che metterebbe in campo l’America. L’Europa infatti non sarebbe in grado di impiegare una forza ingente ma dovrebbe puntare ad ostacolare l’avversario creando “dilemmi” e mettendo su una difesa a porcospino.
L’esperienza dell’Ucraina, definito un ambiente di apprendimento globale, non può andare sprecata. Un alto funzionario militare della Nato spiega che la “nostra responsabilità è imparare da queste lezioni prima di essere costretti ad impararle noi stessi”. Da questo punto di vista l’Alleanza si è portata avanti creando un centro di analisi in Polonia per studiare la guerra e fornire spunti per i conflitti futuri. Oltretutto, la guerra in Europa orientale ha assunto nell’ultimo anno un significato inedito che da Londra spiegano così: “un’Ucraina forte è nell’interesse dell’Europa sotto molti aspetti, tra cui il contenimento di un gran numero di forze russe”. Insomma, il baricentro dell’Alleanza si sposta sempre più ad Est guardando all’esperienza di un Paese che aspira a farne parte. Le idee ci sono. Metterle in pratica, oltre Ankara, è il prossimo passo.
Un punto di partenza che è già un successo per un’organizzazione che nel 2019 il presidente francese Macron definiva in stato di morte cerebrale. E viste così, le minacce di Trump cominciano ad apparire decisamente più vuote.