Le esercitazioni militari che gli Stati Uniti stanno conducendo nel Pacifico e sulla penisola coreana non servono solo ad addestrare le forze armate come succede da anni. Nel giro di poche settimane Washington ha partecipato al RIMPAC, la più grande esercitazione navale internazionale del mondo, ha avviato con Seoul il più imponente test logistico congiunto mai organizzato tra i due Paesi e si prepara alle manovre Ulchi Freedom Shield previste per la seconda metà di agosto. Ufficialmente si tratta di attività difensive e di routine, ma la loro concentrazione temporale, l’estensione geografica e il coinvolgimento crescente di Corea del Sud e Giappone stanno alimentando l’ipotesi che gli Stati Uniti stiano costruendo una capacità operativa pensata per affrontare contemporaneamente due scenari di crisi: uno contro la Corea del Nord e uno legato alla competizione strategica con la Cina.
Le super esercitazioni nella penisola coreana
Il primo segnale è arrivato dal mare. La Corea del Nord ha denunciato con toni insolitamente duri il RIMPAC, l’esercitazione svoltasi tra il 24 giugno e il 31 luglio attorno alle Hawaii con la partecipazione di decine di Paesi alleati degli Stati Uniti.
In un commento pubblicato dalla KCNA e attribuito a un analista militare, Pyongyang ha definito le manovre una “prova generale di guerra di aggressione” guidata da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Secondo il governo nordcoreano, il ruolo operativo assunto da Seoul e Tokyo dimostrerebbe la volontà americana di rafforzare l’interoperabilità trilaterale e di costruire una supremazia militare nell’Asia-Pacifico.
La dichiarazione nordcoreana si é conclusa con una minaccia esplicita: la Corea del Nord risponderà a una “minaccia di nuovo livello con una deterrenza di nuovo livello”, lasciando intendere possibili ulteriori sviluppi nel programma missilistico e nucleare. L’agenzia sudcoreana Yonhap ha spiegato che Pyongyang considera il rafforzamento della cooperazione militare tra Washington, Seoul e Tokyo come una nuova crisi di sicurezza regionale.
Il rafforzamento della logistica
Il secondo elemento riguarda la logistica, spesso meno visibile ma decisiva in un conflitto reale. A metà luglio Stati Uniti e Corea del Sud hanno avviato il Combined Joint Sustainment Training 2026, descritto dal Comando congiunto come il più grande addestramento logistico bilaterale mai realizzato. Oltre 4.400 militari e circa 600 mezzi sono stati impiegati tra Pohang e Hongcheon, con esercitazioni che hanno coinvolto navi, aerei, evacuazioni mediche e soprattutto lo sbarco di equipaggiamenti su spiagge prive di infrastrutture portuali.
Per la prima volta il sistema sudcoreano di logistica costiera è stato utilizzato per ricevere carichi provenienti da navi americane, un test concreto di interoperabilità in condizioni di crisi. I comandanti alleati hanno spiegato che in guerra non si può dare per scontata la disponibilità dei porti e che la capacità di trasferire rapidamente potenza militare via mare resta essenziale. Anche questo addestramento è stato indicato da Pyongyang come preparazione a un eventuale conflitto sulla penisola coreana. Washington e Seoul sostengono in ogni caso che l’esercitazione punti a integrare le capacità di supporto su terra, mare e aria, rafforzando la prontezza operativa dell’alleanza.
La reazione della Corea del Nord
Il terzo tassello è arrivato il 5 agosto, quando la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico a corto raggio dalla zona di Wonsan. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che il test non rappresentava una minaccia immediata per il territorio americano o per gli alleati, ma hanno avviato consultazioni strette con Corea del Sud e Giappone. Il lancio è avvenuto pochi giorni prima delle future esercitazioni Ulchi Freedom Shield, che tradizionalmente simulano scenari di emergenza e coordinamento tra il comando combinato, le forze americane in Corea e le autorità sudcoreane. Seoul ha definito il test una provocazione in violazione delle risoluzioni ONU, mentre Tokyo ha presentato una protesta diplomatica. Il copione è sempre lo stesso: ogni attività militare alleata genera una risposta nordcoreana e ogni risposta nordcoreana rafforza la cooperazione tra i tre partner.
Cosa c’entra la Cina
Ma perché molti osservatori parlano di una possibile “doppia guerra” che coinvolgerebbe anche la Cina? La risposta, come hanno confermato alcune fonti coreane al Giornale, sta nella natura delle capacità che gli Stati Uniti stanno affinando. Il RIMPAC non serve solo a contrastare la Corea del Nord: addestra flotte alleate a operazioni marittime complesse su grandi distanze, nello stesso spazio strategico in cui Washington immagina un eventuale confronto con Pechino.
Le esercitazioni logistiche in Corea del Sud non preparano soltanto la difesa della penisola: testano la capacità di sostenere forze multinazionali, distribuire rifornimenti e mantenere operative unità terrestri, navali e aeree in un teatro ad alta intensità. In altre parole, gli Stati Uniti stanno cercando di costruire una rete integrata di alleati capace di funzionare anche se una crisi locale dovesse allargarsi al Pacifico occidentale.
La Corea del Nord vede in questo disegno una minaccia esistenziale; la Cina osserva con preoccupazione il consolidamento dell’asse Washington-Seoul-Tokyo.
Certo, per adesso non esistono segnali di una doppia guerra imminente, ma le esercitazioni delle ultime settimane sono un chiaro segnale del fatto che gli Stati Uniti non stanno più preparando un solo scenario. Stanno cercando di essere pronti a gestire contemporaneamente la pressione di Pyongyang e la competizione strategica con Pechino.
