La competizione tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico sta entrando in una fase sempre più acuta, fatta non solo di dichiarazioni diplomatiche e manovre simboliche, ma anche di infrastrutture militari pensate esplicitamente per essere usate nel fantomatico caso di uno scenario di guerra. Al centro della strategia statunitense c’è il rafforzamento della presenza navale nell’Indo-Pacifico, con un’attenzione particolare ai sottomarini nucleari d’attacco, considerati uno degli strumenti più decisivi in un eventuale conflitto su Taiwan. Washington guarda con crescente preoccupazione alla vulnerabilità delle sue basi tradizionali, come Guam, che potrebbero essere colpite rapidamente da missili cinesi nelle prime ore di uno scontro. Da qui nasce l’esigenza Usa di disporre di strutture alternative, più lontane dal raggio d’azione immediato di Pechino ma sufficientemente vicine ai principali teatri di crisi, in grado di garantire continuità operativa, manutenzione e riparazioni rapide. È in questo quadro che l’Australia occidentale diventa un tassello chiave della strategia americana: un alleato affidabile, geograficamente strategico e sempre più integrato nel sistema militare statunitense.
La base militare australiana al centro della strategia Usa
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la nuova “polizza assicurativa” degli Stati Uniti in caso di guerra con la Cina è rappresentata dalla base navale di HMAS Stirling, vicino a Perth, nell’Australia occidentale. Il Pentagono prevede di schierare fino a quattro sottomarini nucleari statunitensi presso questa struttura a partire dal 2027, ufficialmente con rotazioni temporanee, ma di fatto con una presenza duratura.
L’obiettivo è duplice: avvicinare i battelli alle aree sensibili come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale e, allo stesso tempo, creare un rifugio relativamente sicuro qualora le basi americane nel Pacifico occidentale venissero neutralizzate. Il Wsj sottolinea inoltre come la possibilità di effettuare manutenzione e riparazioni in Australia riduca drasticamente i tempi di rientro in combattimento dei sottomarini danneggiati, un fattore cruciale in un conflitto ad alta intensità. L’investimento australiano – miliardi di dollari per banchine, centri di addestramento, alloggi e strutture per la gestione dei rifiuti radioattivi – dimostra il livello di integrazione militare raggiunto tra Washington e Canberra, all’interno del patto Aukus con Regno Unito e Stati Uniti.
Critiche e tensioni
Questa crescente militarizzazione, tuttavia, non è priva di conseguenze politiche e sociali. In Australia emergono timori legati alla perdita di sovranità, ai rischi ambientali e al fatto che la presenza di sottomarini nucleari americani possa trasformare una regione finora periferica in un obiettivo strategico per la Cina.
Le critiche non arrivano solo dai movimenti ambientalisti, ma anche da ex leader politici che mettono in discussione l’equilibrio tra benefici e costi dell’alleanza con gli Stati Uniti. Sul piano geopolitico, la mossa americana rafforza la logica della deterrenza, ma allo stesso tempo contribuisce a irrigidire ulteriormente il confronto con Pechino, alimentando una spirale di preparativi militari contrapposti.
La base di HMAS Stirling, in ogni
caso, non è dunque solo un porto per sottomarini: è il simbolo di una strategia che dà ormai per possibile – se non probabile – uno scontro diretto con la Cina, e che prepara il terreno logistico e operativo per combatterlo.