Dionisi, un attore perso (e poi ritrovato) nei meandri della pazzia

Il protagonista di «Farinelli» racconta i suoi ricoveri in clinica psichiatrica: il TSO, i farmaci, il rapporto con gli altri pazienti

«Tutti i pazienti vengono prelevati, in un giorno qualsiasi della loro vita, nell'attimo in cui danno in escandescenze. Questo significa che si entra al TSO senza niente, né mutande, né spazzolino, al massimo un pigiama che qualche parente può consegnare attraverso la porta». Stefano Dionisi, l'attore di Farinelli , la spalla di Mastroianni in Sostiene Pereira e il cattivo di molte fiction (come La narcotici e L'Onore e il rispetto 4 ) è stato ricoverato («coattamente», precisa) al TSO l'11 settembre 2001. Entra in reparto e intanto la televisione trasmette l'immagine di un aereo che colpisce una delle Torri Gemelle. «L'unico commento fu del Toscano: “Che botto” disse, e cambiò canale». Dionisi racconta il suo ricovero in una clinica psichiatrica, il primo di quattro nell'arco di quattordici anni, in un libro-autobiografia, La barca dei folli (Mondadori, pagg. 130, euro 18), che poi è il racconto della sua caduta nella malattia mentale e della risalita lenta e dolorosa, che passa per visite da luminari, farmaci, sedute dallo psicanalista e qualche mese in stanze d'ospedale.

Il sottotitolo è Viaggio nei vicoli bui della mia mente , e il primo vicolo che l'attore incontra è proprio su un set in Spagna, in Estremadura, mentre gira un film su Sant'Antonio da Padova. È lì che ha la prima, vera crisi. E scappa. Si fa lasciare dal suo assistente in mezzo all'autostrada e poi fugge attraverso i campi, fino a un paesino semideserto dove trova una casa abbandonata e un cartello: «Calle del Infierno». «Lì, in quella fuga - racconta al telefono - getto passaporto e portafoglio. Un gesto che si può interpretare abbastanza facilmente, il passaporto rappresenta te stesso e il portafoglio il tuo rapporto con gli altri e il mondo». E i soldi: «Certo ho fatto fatica ad accettare il successo e il denaro, con cui ho un pessimo rapporto. Alla fine ho lasciato anche il film, senza compenso».

Non è stato il successo, a metterlo in crisi. Non è stato un singolo giorno. Era «un disagio antico», che a un certo punto gli è esploso dentro. «Ero così alienato e sopraffatto dalle crisi maniacali che mi trovai ad attribuire un significato agli oggetti, estrapolandoli dal loro contesto. Vedere un corvo stecchito a terra, per esempio, per me comprometteva l'equilibrio fra la terra e l'aria» scrive. Vede complotti, con lui al centro. «Nelle due ore che precedettero la mia fuga, era montata in me l'idea che un camion bianco, parcheggiato da giorni davanti alla finestra della mia stanza, fosse lì perché qualcuno aveva progettato il mio rapimento». Niente è più come sembra: oggetti, strade, le persone vicine, la propria identità. È così che, appollaiato su un tetto in un paesino spagnolo, sente arrivare le sirene di polizia e ambulanza, le braccia di infermieri e agenti che lo portano via, e poi «attraverso la porta a vetri rinforzata dell'ospedale psichiatrico».

«Chi entra al TSO perde la misura del tempo». A scandire le giornate è tutt'altro: l'odore dell'umidità e delle macchie di muffa che affiorano da piastrelle vecchie; il barbiere che taglia i capelli una volta a settimana e tutti aspettano pazienti, in fila, qualcuno magari racconta la sua storia e non riesce a trattenere le lacrime, come quel signore di settant'anni che senza il fratello si sentiva morire ed era «all'ultima spiaggia del Prof, l'elettroshock»; c'è il puzzo di disinfettante, c'è il rumore dei carrelli, quello del cibo e quello della terapia, a funzionare da orologio; il caffè della macchinetta da elemosinare a qualche anima gentile, qualche sigaretta da racimolare, gli incontri d'amore clandestini nei bagni, le visite del Prof e dei suoi assistenti, Sbrano e Tacchi a Spillo. Il Prof, imperscrutabile, «con i suoi mille denti ci salutava con una battuta, un “caro”, e quel maledetto sorriso finale che ci faceva sentire ancor più delle merde incapaci di stare al mondo».

La barca dei folli dà voce a tutti loro: uomini e donne che Dionisi incontra nelle cliniche psichiatriche, giovani come il suo vicino di letto, che pensa di essere San Giovanni il Battista e rimugina preghiere al buio, il Conte che cerca di sfuggire all'alcol e intanto insegue le donne, Ciuf Ciuf che ogni giorno aspetta il treno, il Furioso che si crede perseguitato da Richard Branson, il patron della Virgin. «Ho scritto il libro in cinque mesi. Ogni mattina raccontavo un personaggio». Senza retorica, perché «quei momenti mi sembravano già abbastanza forti di per sé, senza dovere mettere qualcosa di più». Senza alcuna divagazione su genialità e follia: i geni sono solo quelli del Dna, «geni che di generazione in generazione si erano passati l'onere di avere delle vite diverse, estranee alla normalità delle vite degli altri». La familiarità con il male è nel sangue, e Dionisi la eredita dal padre Mario. Ed è proprio l'abbandono subito da Mario da bambino che segna il suo destino: Dionisi lo capisce «dopo cinque anni di terapia freudiana individuale e altri due di terapia di gruppo». Dopo decenni recupera il rapporto col padre ed è questo racconto parallelo che per Dionisi «bilancia» le storie dei personaggi, «storie così assurde e penose, così incredibili, che quella di mio padre è raccontata quasi in modo distaccato, non dico ironico ma “leggero”». Fino alla morte del padre, che segna la riconciliazione definitiva (dopo averne tenuto le ceneri in un'urna in salotto per tre anni, le ha disperse in mare).

In questi anni di cure e farmaci Dionisi ha sempre lavorato: «Pochi mesi dopo quel primo ricovero ero sul set di un film della Archibugi». È guarito? «Sul mio foglio c'è scritto “Disturbo affettivo in remissione farmacologica”. Ogni giorno prendo due pillole, al mattino e alla sera. È una malattia cronica, la mia». Voleva fare vivere i suoi personaggi, i suoi compagni sulla barca dei folli, come una commedia umana. «Raccontarli con pudore, come una chiacchierata». Ma come ci si salva? «Non lo so... Se non ho fatto morire il Pilota, nel libro... È molto difficile salvarsi». Anche raccontarsi. «So di avere detto cose di me che non avevo mai detto, però non avrei potuto scrivere altro».

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