La doppia operazione che lega Lunardi al cardinale

Edificio svenduto all’ex ministro in cambio di fondi per Propaganda Fide. E spunta una raccomandazione di Cosentino

Un prestigioso palazzetto di quattro piani, in via de’Prefetti, a due passi dalla Camera, la secentesca sede di Propaganda Fide in piazza di Spagna. Due punti sulla mappa di Roma che ora i pm di Perugia hanno collegato alla voce corruzione. Corruzione aggravata, come si legge negli avvisi di garanzia recapitati nei giorni scorsi al cardinal Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli ma dal 2001 al 2006 numero uno di Propaganda Fide, e all’ingegner Pietro Lunardi, nello stesso quinquennio ministro delle Infrastrutture. Il periodo che i magistrati stanno scandagliando va dalla fine del 2004 all’estate del 2005. A fine 2004, dunque, Propaganda Fide cede a un prezzo stracciato, 2,8 milioni di euro, l’immobile di 42 vani in via de’ Prefetti. Il palazzo, secondo le stime degli esperti, aveva un valore quadruplo rispetto al prezzo strappato da Lunardi. Ed è l’ex ministro a riferire che fu Sepe in persona a decidere la vendita. Come mai tanta benevolenza?
I pm sospettano un ritorno. E collocano il presunto favore reso da Lunardi a Sepe qualche mese dopo, a luglio 2005. Il 20 luglio infatti ottiene l’ok il decreto ministeriale che dà il via libera ad un finanziamento di 2,5 milioni di euro per il restauro della sede di piazza di Spagna. L’obiettivo è l’apertura di una pinacoteca nell’edificio: per questo l’intervento si inserisce in una lista di 87 lavori di edilizia culturale in tutta Italia gestiti da una società governativa ad hoc: Arcus. Ma a oggi la pinacoteca non c’è e la gestione è ancora privata e non pubblica, come da decreto. Sepe non sarebbe indagato per questo specifico episodio, ma la doppia vicenda di via de’ Prefetti e piazza di Spagna andrebbe inserita in un contesto generale di gestione disordinata del patrimonio immobiliare. Con tutta una serie di operazioni da rivedere a cominciare dall’affitto della casa di via Giulia a Guido Bertolaso che però non avrebbe mai pagato un euro. A versare il canone ci pensava l’imprenditore Diego Anemone che in quel periodo, per lui fortunato, ottiene numerosi lavori con le Infrastrutture di Lunardi e con il Provveditorato alle opere pubbliche del Lazio retto da Angelo Balducci, oltre alla manutenzione degli stabili di Propaganda Fide. Ma l’ubiquo Anemone sarebbe stato di casa, letteralmente, anche da Lunardi: è lui a ristrutturare il palazzo di via de’ Prefetti e sempre lui a sistemare, a prezzo di costo, l’abitazione di campagna dell’allora ministro a Basilicanova, in provincia di Parma.
Sepe e Lunardi dovrebbero essere sentiti nei prossimi giorni. Perugia vuole rilegge i rapporti di Sepe col mondo politico. Un precedente c’è: nei mesi scorsi Sepe era stato accostato al sottosegretario all’economia Nicola Cosentino. Cosentino avrebbe chiesto alla Eco4, una società campana di raccolta dei rifiuti controllata dai Casalesi, l’assunzione di due nipoti del cardinale. Lunardi, invece, dovrebbe essere chiamato a chiarire i suoi rapporti con Anemone e Balducci, i personaggi chiave della «cricca». Ma ora l’avvocato di Lunardi, Gaetano Pecorella, mette le mani avanti: «Dev’essere il Tribunale dei ministri a giudicare Lunardi». Insomma, l’inchiesta si complica all’incrocio affollato di molte procure. Tutto da rivedere è poi il capitolo relativo al decreto del 20 luglio 2005. Quell’atto porta le firme di Lunardi e del ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione. Dalle carte risulta che i due ministri sbloccarono solo la prima tranche dei finanziamenti. La seconda fu stanziata dai loro successori Francesco Rutelli e Antonio Di Pietro.

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