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"In Dottie racconto una donna che lotta per sfuggire all'emarginazione"

Il premio Nobel Abdulrazak Gurnah parla del suo romanzo ambientato tra gli immigrati in Inghilterra

"In Dottie racconto una donna che lotta per sfuggire all'emarginazione"

Abdulrazak Gurnah è nato a Zanzibar nel 1948, a diciotto anni è scappato dalla sua isola, un Paradiso (come si intitola un suo romanzo del 1994 finalista al Booker Prize) tormentato dalla Storia e dai regimi, per stabilirsi in Gran Bretagna, dove da anni insegna Letteratura inglese e postcoloniale all'Università del Kent. Vive a Canterbury, lontano dalla pazza folla di Londra e, nel 2021, ha vinto il Nobel per la Letteratura grazie alle sue opere, che ambienta sia nella terra natale (come il recente Furto), sia in Inghilterra. Quest'ultimo è il caso di Dottie, che risale al 1990 ed è appena uscito per La nave di Teseo (sarà presentato stasera alla Milanesiana). È la storia di Dottie Badoura Fatima Balfour, cresciuta in Inghilterra da una madre immigrata che le tace le proprie origini e rimasta sola a badare al fratello e alla sorella tra difficoltà, povertà e servizi sociali.

Abdulrazak Gurnah, è qui a Milano perché ha ricevuto il premio Pen Italia/ Alberto Moravia. È uno scrittore che conosce?

"Ho letto Moravia quando ero un ragazzo, a Zanzibar. Sognavamo le sue donne romane... Poi da adulto ho letto vari suoi romanzi".

Invece Dottie, sia nel titolo, sia nella trama, sia in alcuni riferimenti espliciti, sembra richiamare Dickens. È così?

"Può darsi, perché all'epoca era un autore che insegnavo molto. C'è sicuramente la cornice, l'attenzione verso gli emarginati. Dottie è una di quelle persone comuni che vivono ai margini della società e non hanno veramente una alternativa: non aspirano nemmeno a diventare parte di quella società, perché devono trovare un modo per farcela, un modo per riuscire a farsi una vita".

Quindi c'è una risonanza con Dickens?

"C'è una risonanza perché, se sei povero e disperato, questo vale da qualunque Paese tu provenga, ma la strategia per risolvere la situazione è diversa: nei romanzi di Dickens a salvare i protagonisti è un gesto nobile da parte di qualcuno, o un matrimonio, mentre per Dottie e le persone come lei non c'è alcun modo di salvarsi, se non attraverso la consapevolezza e la pazienza".

Quindi non si migliora la propria vita grazie a un aiuto esterno ma da soli?

"Sì, il cambiamento deve venire da quello che la persona comprende della propria condizione e di come gestirla. Credo che sia un tema ricorrente per me: non hai scelto quella vita, di disagio, di esclusione, di emarginazione, ma ti ci sei ritrovato; però è la tua vita, e ora che cosa te ne fai? In un certo senso questo vale per tutti, ma alcuni sono fortunati e ricevono il sostegno e l'affetto, mentre altri no. Ecco, io sono interessato a questa idea: questo è ciò che hai, quello con cui inizi la tua vita, e ora che cosa fai, come ti ci rapporti?".

Dottie come fa?

"Non vuole alcun aiuto dallo Stato. Quando la sorella è rinchiusa in un istituto, vuole andare a riprendersela".

È una vittima che non vuole sentirsi tale?

"È una vittima, che resiste disperatamente all'essere definita tale. Vuole trovare un modo per gestire la situazione e non subirla, per non essere comandata. L'unico aiuto è nelle amicizie: il processo di risalita passa attraverso la gentilezza e l'empatia".

È ottimista?

"Sono ottimista sulla capacità delle persone di riprendersi. Non sono ottimista riguardo al modo in cui il sistema gestisce il mondo in cui viviamo, guidato com'è da un pensiero pratico, il cui unico scopo è preservare il potere, il denaro, il benessere e tutto ciò che di piacevole ne consegue, disprezzando i meno fortunati".

Che cosa può fare la letteratura?

"Non lo so. Credo che piuttosto il punto sia quello che facciamo con la letteratura, da lettori. Gli scrittori non insegnano, altrimenti farebbero dei discorsi... Esistono migliaia di libri e penso che non ci sia un singolo argomento di cui non si sia scritto qualcosa; perciò, se un libro ci interessa, allora lo leggiamo, altrimenti lo lasciamo da parte. La letteratura è comprensione e piacere, e quest'ultimo non va mai dimenticato perché, una volta finita la scuola, leggiamo solo per il piacere di farlo".

E lei come ha deciso di dedicare la sua vita alla scrittura?

"Non ho deciso. Quando ho cominciato non immaginavo assolutamente una carriera come scrittore, neppure vi aspiravo. Ho iniziato a scrivere a vent'anni e mi ci è voluto molto tempo per dire: è quello che faccio".

Perché?

"Dove sono cresciuto non conoscevo nessuno che facesse lo scrittore. Una volta in Inghilterra, dove leggevo moltissimo, la scrittura ha iniziato a diventare qualcosa di sensato. Uno può scrivere per varie ragioni, fino a che nessuno lo legge; ma poi, quando ti trovi davanti al fatto che hai scritto qualcosa e non sai chi lo leggerà, allora è lì cominci davvero a scrivere, perché lo fai con la consapevolezza che quello che scrivi potrà essere accolto anche con ostilità, o essere frainteso o, se sei fortunato, elogiato. Ma devi fidarti".

Quanto è diverso?

"Totalmente. Il tuo lavoro non è più un fatto privato bensì un artefatto. E poi, una volta che cominci, è un po' come lo sport: vuoi farne sempre di più, vuoi migliorare continuamente e, a mano a mano, diventa la tua vita e ne sei catturato. Diventa qualcosa di compulsivo. D'altra parte, c'è sempre qualcosa in più da dire, almeno fino a che non ti stufi".

Pensa che si possa stufare di scrivere?

"Credo sia inevitabile, a un certo punto. Il capitale di uno scrittore sono quello che sa e la sua esperienza... Ma non sono ancora stufo".

Ha una routine?

"L'ho sempre avuta, anche se ora è più difficile mantenerla. Comincio a scrivere al mattino dopo colazione, verso le 8 e poi cerco di lavorare il più a lungo possibile, anche fino alle 2 o le 3 di pomeriggio, fino a che riesco a stare davanti allo schermo. Poi a quel punto leggo, di tutto. Mi mandano un sacco di libri... Questo se scrivo".

E se non scrive?

"Faccio altre cose interessanti come andare dal dentista, occuparmi del giardino o delle faccende domestiche. Amo moltissimo fare i mestieri in casa".

Perché?

"Rende la mia vita più completa. E poi mi piace avere i piatti puliti".

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