«Ma dove è andato a finire l’altro blindato?»

I TESTIMONI «A bordo dell’auto-kamikaze c’erano tre persone, forse anche donne»

«Ma dove è andato a finire l’altro blindato?»

«Ma l’altro mezzo dov’è finito?» hanno urlato i feriti della strage di Kabul nel secondo blindato Lince, quando cominciavano a riprendersi dalla terrificante esplosione. Pochi secondi prima viaggiavano in colonna. In un attimo davanti a loro c’era solo un’enorme cappa di fumo nero, detriti dappertutto e automobili afghane in fiamme. Il radiofonista sopravissuto ha provato a contattare il primo mezzo colpito dalla macchina minata. Nessuna risposta.
I feriti che sono rientrati in Italia hanno raccontato così il drammatico film dell’attentato. «Magari è dietro», si sono detti inebetiti dall’esplosione i quattro parà del 186° reggimento Folgore. Quando sono scesi dal loro mezzo, pure colpito, le orecchie fischiavano come sirene a causa del botto provocato dalla macchina minata. Le mimetiche erano sporche di sangue e i sopravissuti avanzavano barcollando in una scena spettrale. I parà Rocco Leo, Sergio Agostinelli, Ferdinando Buono e il maresciallo dell’aeronautica Felice Calandriello ci hanno messo diversi secondi per individuare il Lince, che viaggiava davanti a loro prima dell’esplosione. «Era stato sbalzato 25 metri più in là sulla carreggiata sinistra. Dai resti del blindato non giungeva alcun segnale di vita» racconta il capitano Saverio Cucinotta, portavoce del contingente italiano a Kabul.
Poco prima i due Lince erano partiti dall’aeroporto diretti al «fortino», come viene chiamato il quartier generale della Nato al centro della capitale afghana. L’intelligence aveva lanciato due allarmi: un kamikaze a bordo di una macchina imbottita di tritolo nell’area nord di Kabul e due terroristi suicidi con cintura esplosiva nella zona dell’aeroporto. Anche per questo motivo si sono mossi prima due blindati, mentre gli altri (8 in tutto) attendevano all’aeroporto.
Il sospetto è che fin dall’uscita dello scalo ci fossero degli “osservatori” talebani, che avvisano via telefonino quando arriva il convoglio-bersaglio. «Personaggi sospetti li individuiamo spesso e segnaliamo la loro posizione via radio – spiega una fonte de Il Giornale in Afghanistan -. Talvolta sono armati di telecamera portatile e ci filmano». L’attentato è avvenuto a circa duecento metri dalla rotatoria dedicata al comandante afghano Ahmad Shah Massoud. La polizia ha denunciato che fra la cinquantina di feriti e i 10 morti afghani accertati (alcune fonti parlano di 26) c’erano «anche donne e bambini».
Le prime ricostruzioni indicano che la Toyota Corolla bianca, imbottita di esplosivo, è uscita di colpo da un parcheggio puntando sui blindati. «Probabilmente ha tamponato sul davanti il primo mezzo. Con l’impatto l’esplosione è stata ancora più devastante e ha investito anche il secondo blindato» spiega chi si occupa del caso. Solitamente i terroristi utilizzano pure biglie o pezzi di mattoni, che diventano schegge micidiali in un raggio di centinaia di metri. L’attacco suicida è descritto nei dettagli da una testimonianza afghana raccolta da Il Giornale. «Erano passate le 12 da pochi minuti e stavo andando via per pregare in occasione del Ramadan. La strada era congestionata da un ingorgo. Ho notato che i mezzi italiani avanzavano con difficoltà intimando alle macchine di stare alla larga», racconta Hafizullah che si è ritrovato con il negozio distrutto dall’attentato. «Poi ho visto che facevano lo stesso con una Toyota abbastanza veloce. Sembrava che all’interno ci fosse una famiglia. Mi trovavo ad un centinaio di metri e non posso esserne sicuro al cento per cento, ma per me c’erano tre persone a bordo. La macchina si è infilata fra i due blindati e un attimo dopo è scoppiato tutto», spiega il testimone oculare. L’ultima tattica dei terroristi è usare dei manichini e coprirli con dei burqa, per fare sembrare che si tratti di un’innocua vettura familiare. «È diventato tutto nero a causa del fumo e ho sentito una seconda esplosione – racconta Hafizullah –. Una volta riaperti gli occhi ho visto cadaveri dappertutto di afghani e stranieri. I soldati italiani feriti cercavano di portare via i resti dei loro compagni. Una scena straziante».
(ha collaborato da Kabul Rahman Bahram)