E a votare i democratici sono rimasti solo gli statali

Imprenditori? Non pervenuti. Liberi professionisti? Grasse risate. Operai? Fuggiti. Disoccupati? Desaparecidos. Dipendenti privati? Ci stanno ancora pensando. Studenti? Pure loro. Casalinghe? Mai viste qui. Statali? Presenti. Eccola, la base elettorale del Pd. E hai voglia a domandarti, come fanno in queste ore i dirigenti democratici, come diamine si è arrivati in questo tunnel in cui ci sono rimasti solo gli statali, a votare Pd, e ad affannarti a cercare una via d’uscita.
Il segretario ad interim e candidato alla guida del partito Dario Franceschini, per dire. Lui la chiave ce l’avrebbe pure, l’ha rivelata l’altro giorno alla Festa democratica nazionale di Genova a un pubblico desideroso di farsi illuminare: «Il nostro problema è che chi ci vota non sa ancora perché». Ecco, figurarsi chi non li vota. Solo che poi, se chiedi al leader quale sia la sua proposta per creare un’identità democratica, a domanda risponde così: «È chi si candida che deve dirlo, non io». Ecco, lo dicesse Pierluigi Bersani, perché invece «io sono già segretario e continuerò, se confermato, nel lavoro che sto portando avanti». Quale non si sa, visto che neppure sulle alleanze c’è un disegno chiaro, «non ci sarà un modello dettato da Roma», roba da rimpiangere la «vocazione maggioritaria» di veltroniana memoria.
Spiega un analista come Roberto D’Alimonte sul Sole-24 ore che sul Sol dell’Avvenire ci sono molte nubi e nessuna schiarita in vista. «Al fondo della debolezza elettorale del Pd - dice - sta la ristrettezza della sua base sociale». Càpita infatti che il fu partito delle classi deboli possa contare ormai soltanto sullo zoccolo duro degli impiegati, in prevalenza pubblici, soprattutto insegnanti. Quanto agli operai, il rapporto Itanes 2008 li dà a quota 25 per cento all’interno del Pd, percentuale identica a quella della Lega. In fuga anche i disoccupati: il 49 per cento alle politiche ha scelto il Pdl e solo il 27 ha votato Pd. E nemmeno si può dire che il Pd abbia compensato con nuove iniezioni da altre categorie, visto che i lavoratori autonomi occupano solo il 17 per cento della torta elettorale democratica. Che fare? Intanto c’è poco da stare allegri, annota D’Alimonte. Perché solo se riuscisse a sfondare al Nord, e nel lombardoveneto in particolare, il Pd potrebbe risollevarsi. Se infatti un forte successo al Sud potrebbe decretare una rivincita elettorale del Pd, fu proprio al Sud che Romano Prodi vinse le elezioni nel 2006, è vero però che questo rischierebbe di «allargare il divario fra le due aree del Paese, tra i ceti produttivi del Nord e il Pd». E insomma non se ne esce, tocca conquistare brianzoli, vicentini e popolo padano tutto. Gli aspiranti leader del partito lo sanno, non a caso Franceschini ogni volta che sale sopra al Po pronuncia frasi tipo: «Nel Nord abbiamo il dovere di capire che cosa abbiamo sbagliato, dobbiamo ricominciare a parlare con la gente», e non a caso Bersani ispira tutta la sua campagna elettorale al pane e pragmatismo tipici del profondo Nord. Solo che poi le grandi riflessioni portano non al partito del Nord tanto sospirato da sindaci come Sergio Chiamparino e Massimo Cacciari, ma a proposte come quelle di Piero Fassino su Giancarlo Galan: in Veneto si perde? E noi candidiamo il nemico. E allora qualcosa non quadra. Al Pd serve un’identità, una strategia, soprattutto un leader, avverte D’Alimonte: «Il 25 ottobre si vota alle primarie. Sarà la volta buona?». Vista dal 25 agosto, la risposta non lascia ben sperare.

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