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Delcy la "brutta" odiata ma decisiva. La zarina del greggio ha "tradito" Maduro

Tra le menti della repressione, si è defilata al momento giusto: "È senza scrupoli"

Delcy la "brutta" odiata ma decisiva. La zarina del greggio ha "tradito" Maduro
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Dietro la facciata di apparente continuità istituzionale lasciata dal crollo improvviso del potere di Nicolás Maduro, il volto che più di ogni altro incarna il lato oscuro del chavismo è quello di Delcy Rodríguez. Soprannominata senza pietà "la fea" ("la brutta" in italiano) persino nei corridoi del potere di Caracas, la vicepresidente esecutiva non ha mai avuto un ruolo di semplice comprimaria. Per anni è stata una delle vere architette del sistema di repressione, affari e alleanze criminali che ha tenuto in piedi il regime.

Avvocata di formazione, sorella di Jorge Rodríguez oggi potente presidente del Parlamento ma già prima al centro di frodi elettorali e negoziati oscuri in Qatar Delcy entra nel cerchio magico chavista già ai tempi di Chávez ma è con Maduro che diventa indispensabile. Prima ministra delle Comunicazioni, poi degli Esteri, quindi vicepresidente e infine zar dell'energia e degli idrocarburi, con il controllo diretto dei flussi petroliferi, delle triangolazioni internazionali e dei canali opachi usati per aggirare le sanzioni.

Non a caso Maduro la chiamava "la tigre del chavismo", ovvero feroce, disciplinata, incapace di esitazioni. È lei a gestire i rapporti con Mosca, Teheran e Pechino ed è lei secondo fonti dell'intelligence a mantenere aperti i canali con gruppi armati colombiani come l'Eln. Sempre lei a fare da cerniera tra apparati militari, servizi di sicurezza e interessi criminali legati al narcotraffico. Il suo nome compare nei dossier delle sanzioni statunitensi ed europee come quello di una figura chiave nel saccheggio sistematico delle risorse venezuelane, accusata di corruzione, riciclaggio e violazioni dei diritti umani.

Emblematica la vicenda del "Delcygate" del gennaio 2020: Rodríguez atterra segretamente a Madrid, nonostante il divieto di ingresso nell'Unione europea, con valigie dal contenuto mai chiarito. A riceverla all'aeroporto di Barajas è José Luis Ábalos, allora ministro dei Trasporti del governo Sánchez. Oggi Ábalos è finito in carcere, travolto da scandali giudiziari che hanno riacceso interrogativi mai chiariti su quella notte e sui legami tra il chavismo e settori del potere europeo, non solo iberici.

Dopo la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti, è stata la stessa Delcy Rodríguez la prima a parlare pubblicamente, denunciando l'operazione e chiedendo prove che l'ex presidente fosse ancora vivo. Poche ore dopo, la Corte suprema di "Giustizia", virgolette d'ordinanza visto che da 22 anni nessun tribunale va contro il chavismo al potere, l'ha nominata presidente ad interim per "assenza forzata" del capo dello Stato, con l'appoggio delle forze armate annunciato dal ministro della Difesa Vladimir Padrino López. Un passaggio che a detta del New York Times, che al solito non cita fonti, avrebbe colpito positivamente l'amministrazione Trump per come Rodríguez abbia gestito l'industria petrolifera 18 mesi.

Temuta, detestata, ma considerata "necessaria", così la descrivono ex funzionari chavisti oggi in esilio e quasi tutti con carichi pendenti presso la giustizia Usa. "Delcy non negozia, comanda", racconta un ex dirigente PDVSA rifugiatosi in Colombia. "È sempre stata la più fredda, quella senza scrupoli".

Il soprannome "la fea" non riguarda tanto l'aspetto ma il metodo brutale, opaco, spregiudicato.

In un regime che ha usato la retorica rivoluzionaria come copertura per affari miliardari, Delcy Rodríguez oggi è la custode del caveau, come in passato erano stati prima Rafael Ramírez e Tareck El Aissami. Ora che Maduro è caduto la domanda più inquietante resta aperta: quanto del vecchio sistema sopravvive ancora nelle sue mani? E soprattutto quanto durerà alla guida ad interim del Venezuela?

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