Ecco come gli insegnanti devono «inventare» la scuola

Ad ogni nuovo anno scolastico tengono banco i temi «caldi» della scuola: dal precariato alla situazione degli edifici fino alle continue variazioni ministeriali sulle modalità di valutazione, sugli esami di riparazione (da quest’anno ripristinati) e così via.
Ma, se questi temi riguardano essenzialmente le condizioni in cui si svolge il lavoro dell’insegnante, ne esiste pur sempre uno, molto più importante, che riguarda piuttosto la natura stessa di questo lavoro.
Ad ogni mese di settembre, dietro tutti i punti controversi nel rapporto tra insegnanti, sindacati e ministero, la grande questione educativa fa capolino. Ci si domanda, è inevitabile, se un nuovo criterio di valutazione per i ragazzi della scuola media o il ripristino dell’esame di riparazione porteranno un reale beneficio ai ragazzi (anche perché chi valuta sono le stesse persone, si sa che è difficile cambiare la testa a un insegnante, specie se ha una certa età).
Sulla natura di questo beneficio, sulla sua consistenza, sul significato della trasmissione della conoscenza in un tempo devastato come il nostro vorrei proporre un suggerimento che ci viene da una delle maggiori scrittrici del secolo scorso, l’americana Flannery O’Connor.
In uno dei suoi racconti più celebri, Non si può essere più poveri che da morti (da Tutti i racconti, ed. Bompiani), la O’Connor affronta a modo suo il tema dell’educazione. Un uomo un po’ pazzo (ma con metodo) di nome Tarwater all’età di settant’anni sottrae il proprio pronipote orfano di nome Francis alla tutela di uno zio insegnante, Ryber, un seminatore di dubbi, che considerava il vecchio appartenente «a una razza quasi estinta» e avrebbe allevato il ragazzo «secondo i propri principi».
Questo vecchio «gli aveva insegnato a leggere, a scrivere e a far di conto, e gli aveva raccontato la storia del mondo, dalla cacciata di Adamo dal giardino dell’Eden, attraverso tutti i presidenti fino a Herbert Hoover, e poi ancora, per congetture, fino al secondo avvento e al giorno del giudizio».
Il ragazzo ha sempre contestato i metodi del vecchio, che voleva fare di lui un cristiano, «e che io sia dannato se non lo diventerai». Quando il vecchio, che sa di stare per morire, gli ordina, una volta morto, di seppellirlo e di piantare una croce sul tumulo, il ragazzo gli risponde con sarcasmo che, non appena morirà, lui farà ritorno dal suo zio «moderno».
Invece, morto il vecchio tutto cambia. Il ragazzo non vuole più andare dallo zio insegnante. «Non andrò mai da lui» dice. «Né lui né nessun altro potrà mai cacciarmi da questo posto». E si mette a scavare la fossa per il vecchio.
Lascio stare la continuazione del bellissimo racconto della O’Connor e mi concentro su questo punto, a mio parere fondamentale. Né lui né nessun altro potrà mai cacciarmi da questo posto. Che significa?
Significa che educare non vuol dire innanzitutto trasmettere dei procedimenti o degli orientamenti, ma consegnare qualcosa: una cosa, un bene concreto, qualcosa da conservare e, all’occorrenza, da difendere. Un ragazzo non diventa uomo se non riceve (o si prende) qualcosa da conservare, qualcosa di suo proprio. Non importa che cos’è, i contenuti sono infiniti. Però un insegnante è un educatore solo se effettua questa consegna.
Per il ragazzo di nome Francis questo «qualcosa» è un luogo fisico, un territorio. Il ragazzo promette che ucciderà chiunque voglia portarlo via di lì. Per me sono cose che mi sono state trasmesse nel momento giusto. Penso al mio nonno materno, quinta elementare, fiorentino, e al suo sorriso felice nel guardare la cupola del Duomo della sua città. Penso al mio maestro che mi fa imparare a memoria Il sabato del villaggio. O al mio insegnante di lettere al liceo mentre legge l’Adelchi alla classe.
Non sono i procedimenti, le tecniche ad avermi fatto crescere, ma le cose, i fatti. Studiai Il sabato del villaggio all’età di nove anni. In seguito ho letto centinaia di pagine sui Canti leopardiani, decine di esegesi, analisi, interpretazioni, che il mio maestro non si sarebbe mai sognato di insegnarmi. Ma il fatto, la cosa, è la poesia, che lui (e solo lui) mi ha consegnato per sempre.
Al posto di queste cose potete metterne mille altre, dalla consecutio temporum alla trigonometria, da Piccole donne al Big Bang. Tutti noi sappiamo se quello che abbiamo ricevuto sono solo parole o istruzioni per l’uso - tutte cose che ci lasciano uguali a come eravamo, anche se prendevamo tutti nove e dieci - o se tra le tante parole c’era un tesoro, qualcosa che ci ha resi diversi per sempre da tutti gli altri, aiutandoci a sviluppare la nostra personalità.
Tutti noi sappiamo se, fra le tante tecniche ricevute per diventare sempre più furbi, abbiamo ricevuto anche qualcosa che è per sempre, o che perlomeno ci mette dentro questa promessa.
Ma come può, un uomo, trasmettere a un altro, più giovane, qualcosa che possa, col tempo, mettere radici in lui e diventare suo per sempre?
Già sento le solite voci: questo non si può mettere in conto, queste cose succedono se succedono, e via dicendo. Banalità. Anzi: banalità devastanti, perché con questi discorsi un insegnante può sentirsi legittimato a limitare la propria azione a una richiesta di competenze (cosa che poteva avere un senso in una società coesa, talmente innervata di valori condivisi da rendere più semplice il lavoro dell’educatore: ma stiamo parlando dell’epoca dei nonni e dei bisnonni).
Insegnare non è una cosa molto diversa dall’essere marito, moglie, padre o madre. Come il marito ha sempre bisogno di chiedersi chi è sua moglie, cosa significa vivere con lei e volerle bene e via dicendo, allo stesso modo un insegnante non fa il suo dovere se non si chiede chi sono le persone che ha davanti e se non rinnova l’amore che lo lega alla propria materia.
Non si dà se non quello che si ha. Se tu non ami Leopardi, non lo consegnerai mai a nessuno. Un insegnante, poi, a differenza di un critico (che può accontentarsi delle proprie preferenze) deve imparare ad amare anche ciò che, istintivamente, non amerebbe. Per poter dire che Dante è superiore a Petrarca bisogna, prima, aver fatto conoscere almeno un po’ della meraviglia del Petrarca. Per dire che Kant ha sbagliato devi aver spalancato nei ragazzi (ossia in te stesso prima di tutto) la stima per la grandezza di Kant.
Nessuno potrà mai cacciarmi da questo posto. Un uomo è educato - ossia è un uomo, e non solo un bamboccione - se può dire una frase come questa. L’augurio che faccio a me stesso e a tutti gli insegnanti è che i mille problemi e le mille difficoltà della nostra condizione - che è la più sottostimata e disprezzata oggi - non ci impediscano di realizzare, almeno in parte, con noi stessi e con chi ci sta davanti, questo lavoro essenziale.