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Ecco come il mio «siringone» salvò le coste venezuelane

Sono un ingegnere che ha passato la sua vita in giro per il mondo seguendo trivellazioni per l’estrazione di greggio a profondità elevatissime. L’incidente della marea nera non mi stupisce, può succedere. La cosa che più mi sorprende è che la soluzione esiste ed e anche molto semplice. Nessuna conseguenza o peggioramento. Una ventina di anni fa mi chiamarono dal Venezuela perché c’era una vecchia petroliera affondata che buttava fuori greggio a 70 atmosfere di pressione. Da subito capii che si trattava di una grossa bugia.Nessuna petroliera, anche a profondità notevoli, butta fuori petrolio a 70 atmosfere. Si trattava di una falla, che per motivi analoghi o diversi da quelli del Golfo del Messico, rilasciava petrolio da una profondità 2.400 metri. Intervenire a quelle profondità ha bisogno di alcuni preliminari: materiali capaci di resistere a notevoli pressioni e progettati con materiali idonei. Poi si può intervenire, con un maxi«siringone contenitore» a pressione interna «neutra» . Dentro azoto liquido. All’estremità due sondini del diametro di un paio di centimetri di diamento e di lunghezza differente: il più corto ha la funzione di iniettare l’azoto liquido a -190°, che a contatto con il greggio, lo congelerebbe temporaneamente, permettendo al sondino più lungo di una ventina di metri, di insufflare poliuretano espanso a essicazione rapida: Un materiale capace di diventare duro come una pietra. Per evitare che la sonda del poliuretano congeli a contatto con l’azoto sarà necessario isolarlo con un composto a base di microsfere di vetro cave sottovuoto, in grado di sopportare benissimo il freddo.

Un’operazione da 70mila dollari e quattro giorni di lavoro. La Bp svizzera mi contattò qualche giorno dopo il disastro. Poi il silenzio. Da qualche ora sono tornati a farsi sentire. Io intanto resto qui e attendo con ansia una mia consulenza.

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