Ecco tutte le birre per combattere il caldo

Birra in Italia, che aria tira? Se stiamo alle quantità, e la pietra di paragone è l’Europa, siamo indietro. Il consumo pro-capite ci zavorra quasi in fondo alla classifica della media continentale: 30 litri a testa sono niente contro i 154 della Repubblica Ceca, i 111 dei tedeschi, i 77 degli spagnoli e i 40 dei greci che, non sembra, bevono più di noi, a meno che non vi sia lo zampino dei turisti del Nord Europa, cosa che però dovrebbe valere anche per noi. Piuttosto facciamo meglio dei francesi - e solo di loro -, come noi più orientati verso il vino. I cugini ci seguono infatti con 28 litri cadauno.
Il dato però vale quel che vale perché non sta scritto in cielo che noi ci si debba ingozzare di birra come fanno molti britannici o scandinavi, spesso vittime di un consumo scriteriato, specie nelle fasce giovani. Se poi passiamo con la lente i dati qualitativi della recente ricerca commissionata da Assobirra, assobirra.it, c’è di che essere ottimisti: ne beviamo di meno (come tutta l’Europa) ma ne beviamo di migliore, fuori e dentro casa. Ora, non è che tutti improvvisamente sanno tracciare la differenza tra un pils e un’abbazia, una lager o una ale. Ma la curiosità cresce.
Consultando le ultime novità, la notizia migliore è che la stessa Assobirra, associazione che accorpa produttori industriali tipo Heineken Italia, Forst, Menabrea, Peroni, Carlsberg Italia o Theresianer, ha deciso di aprire le porte ai microbirrifici artigianali, produttori che mettono a mala pena assieme l’1% del consumo nazionale ma indubbiamente alfieri della birra di qualità. È la birra artigianale o «cruda», definita tale perché priva di conservanti e non vittima di processi di pastorizzazione appiattisci-gusto. Oggi contiamo in tutto circa 250 microproduttori e 600 etichette. Nei primi anni Novanta erano zero.
Conviene sapere innanzitutto che i pionieri italiani del fenomeno micro sono tre: Teo Musso della Baladin di Piozzo (Cuneo), baladin.it, Agostino Arioli del Birrificio Italiano di Lurago Marinone (Como), birrificio.it, e i fratelli Sangiorgi del Lambrate a Milano, birrificiolambrate.com. Per capire quanto può essere ampio l’orizzonte birra, non esitate a fare incetta delle rispettive Nora (prodotta con grano Kamut e speziata con mirra e zenzero), Scires (da ciliegie durone e moretta) o Ligera (american pale ale ad alta fermentazione con prevalenza di agrumato).
In pieno solleone estivo, chi è in Alto Adige, faccia una scappata a Brunico, da quelli del Rienzbräu, rienzbraeu.com: tra la baverese opaca Jule, la speciale marzolina ambrata e la loro weiss, come scegli scegli benissimo. Segnalazione ligure strameritata poi, per il Maltus Faber di Genova, maltusfaber.com, e per la sua Extra Brune, una special da meditazione che sciacqua alla grande anche ostriche e frutti di mare.
Chi cerca emozioni forti, anche paesaggistiche, si fionda invece al Birra del Borgo di Borgorose, nel Reatino della riserva naturale dei monti della Duchessa, birradelborgo.it. Leonardo Di Vincenzo è un altro volto noto del panorama micro-birra italiana, bravo a far suoi i segreti di mastri birrai europei e americani. È piacevolissimo la schiaffo con cui la pluriluppolata (e pluripremiata Re Ale), ispirata alle India Pale Ale britanniche, avvince naso e palato.
In Salento il punto di riferimento è il Birrificio B94 di Lecce, birrificiob94.it, con la sua Terrarossa, ale extra special bitter ad alta fermentazione rosso ambrata e i suoi 5 gradi piacevoli, dalla buona struttura che corre giù come l’acqua. In Sardegna invece, strappa sempre più gioie il Barley di Maracalagonis (Cagliari), barley.it: dopo l’eccentrica BB10, alla sapa di cannonau, è l’ora della Friska, una bière blanche speziata con coriandolo e scorza d’aranciata amara che rilassa le papille dopo una giornata al mare. Tutti i sopracitati però, non sono che la punta di un iceberg luppolato. Per un esame completo di geografia dei microbirrifici d’Italia, rimandiamo al sito di Unionbirrai, l’associazione di categoria, unionbirrai.com.

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