La Cina esercita un immenso controllo delle materie prime critiche, un vantaggio enorme che il Dragone ha più volte utilizzato in ambito geopolitico per fare pressioni sugli avversari. Lo ha spiegato nel dettaglio un paper pubblicato dall’European Union Institute for Security Studies (EUISS), che ha descritto il dominio cinese come una leva economica costruita in oltre 20 anni di investimenti pubblici, controllo industriale e strategia geopolitica. Il risultato? Pechino oggi controlla circa il 60% dell’estrazione globale delle terre rare e quasi il 90% della loro raffinazione, oltre a quote decisive nella lavorazione di grafite, gallio, magnesio e tungsteno. Il problema, per Europa e Stati Uniti, non è tanto la scarsità fisica delle risorse, quanto la dipendenza dalla capacità cinese di trasformarle e renderle utilizzabili nelle catene industriali avanzate. Batterie, turbine eoliche, microchip, pannelli solari e sistemi militari: tutto, o quasi, dipende dalla rete produttiva di Xi Jinping.
L’arma segreta della Cina
La strategia di Xi si fonda su un principio semplice: trasformare l’interdipendenza economica in strumento di pressione politica. Negli ultimi anni la Cina ha progressivamente ristretto l’export di materiali strategici come gallio, germanio e grafite, introducendo licenze, controlli e limiti che hanno mostrato quanto vulnerabili siano le economie occidentali.
Secondo lo studio, la Cina non usa le materie prime come un’arma tradizionale, ma come una minaccia permanente capace di influenzare le scelte industriali e diplomatiche degli altri Paesi. È una forma di coercizione economica che funziona soprattutto perché l’Occidente ha progressivamente esternalizzato le fasi più inquinanti e costose della lavorazione mineraria. L’Europa, per esempio, importa dalla Cina oltre il 90% delle terre rare pesanti raffinate e quote elevatissime di magnesio e grafite sintetica. Gli Stati Uniti, nonostante gli investimenti degli ultimi anni, restano fortemente dipendenti dalla raffinazione cinese per numerosi componenti strategici.
Pechino ha inoltre costruito il proprio vantaggio con sussidi massicci, energia a basso costo e standard ambientali meno rigidi rispetto a quelli occidentali. Il risultato è una posizione dominante che non deriva solo dalle miniere, ma dal controllo dell’intera filiera: estrazione, raffinazione, lavorazione e manifattura avanzata. È qui che si concentra il vero potere cinese. Anche quando le risorse esistono altrove - dall’Australia al Canada fino all’Africa - spesso devono comunque passare attraverso impianti cinesi prima di arrivare all’industria globale.
Cosa possono fare Europa e Usa
Per smantellare questa leva economica, il paper sostiene che Europa e alleati debbano abbandonare la logica del mercato più conveniente e adottare una strategia industriale di lungo periodo.
La prima mossa consiste nel diversificare le forniture attraverso partnership con Paesi ricchi di minerali strategici, come Australia, Canada, Cile e Namibia. La seconda riguarda la costruzione di capacità interne di raffinazione e riciclo, oggi ancora insufficienti. Bruxelles ha già fissato alcuni obiettivi con il Critical Raw Materials Act: entro il 2030 almeno il 10% dell’estrazione, il 40% della raffinazione e il 25% del riciclo delle materie prime critiche dovranno avvenire sul territorio europeo.
Il nodo principale resta però il tempo. Costruire una miniera richiede spesso più di dieci anni, mentre realizzare impianti di raffinazione competitivi comporta costi enormi e forte opposizione ambientale.
Per questo lo EUISS insiste anche sulla necessità di creare scorte strategiche, coordinare gli acquisti europei e sostenere la ricerca su materiali sostitutivi. La sfida, in conclusione, non consiste nell’eliminare la Cina dalle catene globali, ma impedire che possa usare il proprio predominio come strumento di pressione politica.