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Economia e finanza

L’Eliseo soffoca in mezzo ai debiti e può contagiare tutta l’Europa

La Corte dei conti francese: gli interessi sul debito a 90 miliardi nel 2027. Moody’s pronta a declassare il rating

This photograph shows a television monitor broadcasting France's President Emmanuel Macron giving a speech from the Elysee Presidential Palace the day after riots and looting on the sidelines of nationwide protests against the "high cost of living", in Paris on October 18, 2026. France's Interior Minister said 1,800 people were arrested in protests across the country on October 17, and 600 police officers, gendarmes and firefighters were hurt during clashes. On October 17, 550,000 people took part in demonstrations against the high cost of living, including 110,000 in Paris, according to official figures. In many cities across France, the day of protests descended into chaos, marked by clashes and looting. (Photo by Ludovic MARIN / AFP)

La Francia rischia di restare senza fiato.

A lanciare l’allarme non è un’agenzia di rating né un economista d’opposizione, ma la prima presidente della Corte dei conti, Amélie de Montchalin, fino all’inizio dell’anno ministra dei Conti pubblici. «Se non teniamo sotto controllo la traiettoria del debito, corriamo il rischio di un soffocamento finanziario», avverte in un’intervista a La Tribune Dimanche. «Il servizio del debito raggiungerà già i 90 miliardi di euro l’anno prossimo», sottolinea, aggiungendo che «ogni ritardo accumulato riduce le nostre capacità d’azione». E basterebbe poco per far saltare i conti, perché «un aumento di 100 punti base dei tassi d’interesse rappresenta un sovraccosto annuo di 40 miliardi di euro su un orizzonte di sette anni. Ovvero tre volte il bilancio annuale della Giustizia». Per non perdere «i nostri margini di manovra e la nostra sovranità», è «indispensabile» riportare il deficit sotto il 5% del Pil entro il 2027.

Il problema è che la strada è tutta in salita. La legge di bilancio 2027, all’esame dell’Assemblea nazionale da domani, punta proprio a riportare il disavanzo al 5% dopo il 5,4% atteso per quest’anno, ma la sua approvazione appare tutt’altro che scontata. Il governo di minoranza di Sébastien Lecornu non ha i numeri e le presidenziali di aprile si avvicinano. Venerdì sera restavano oltre 2.800 emendamenti da esaminare sulla sola parte delle entrate, attesa al voto domani, mentre il testo dovrebbe approdare al Senato entro il 17 novembre. Lo scorso anno Parigi è rimasta per quasi due mesi in esercizio provvisorio, cioè senza una legge di Bilancio: il rischio che il copione si ripeta è concreto.

Intanto, si avvicina un appuntamento decisivo. Venerdì 23 ottobre Moody’s tornerà a pronunciarsi sul debito francese, oggi valutato Aa3 con outlook negativo, e il rischio di un declassamento è elevato. A pesare sono la frammentazione politica, che rende difficile varare correzioni di bilancio, una crescita anemica e un deficit lontano dai parametri europei. I mercati, del resto, hanno già emesso il loro verdetto: lo spread tra Oat e Bund è a 141 punti base, contro i 110 di quello tra Btp e Bund.

È qui che la crisi francese smette di essere un affare interno. Parigi è la seconda economia dell’Unione e un suo avvitamento finanziario rischierebbe di trascinare con sé l’intera Eurozona, a cominciare dai Paesi ad alto debito come il nostro. Una fiammata dei rendimenti francesi potrebbe propagarsi rapidamente agli altri titoli sovrani, riaccendendo vecchi timori sulla tenuta della moneta unica. Proprio per questo il confronto con l’Italia assume un valore particolare. Nel 2022 il nostro deficit era all’8,1% del Pil, nel 2023 al 7,2%; poi la correzione di rotta, con il 3,4% del 2024 e il 3,1% del 2025. Quest’anno, secondo il Documento programmatico di finanza pubblica, l’indebitamento scenderà al 2,9%, sotto la soglia europea del 3% e due punti e mezzo sotto la Francia. Nemmeno lo scostamento previsto per il 2027 e il 2028, legato alle spese per energia e difesa, cambia la sostanza: al netto di queste voci il deficit resterebbe sotto il 3%, per poi scendere al 2,3% nel 2029.

La disciplina di bilancio, insomma, ha un valore che si misura in punti di spread e in miliardi di interessi risparmiati. Non è un caso che oggi gli investitori preferiscano i Btp agli Oat, un ribaltamento impensabile fino a pochi anni fa, quando era Roma a pagare il premio più alto. Ma proprio perché il contagio non conosce confini, all’Italia conviene guardare con attenzione a ciò che accadrà venerdì nelle stanze di Moody’s.

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