Acea, sconfitto Marino Ma è solo il primo round

L'assemblea di Acea resta fissata per il 5 giugno, dopo le elezioni europee. Si conclude così il primo round della battaglia che, da mesi, vede contrapposti il sindaco della capitale, il primo azionista Ignazio Marino, e il cda dell'utility romana, composto da manager scelti dall'ex «governo» di Gianni Alemanno e per questo invisi a Marino.
Ieri il Tribunale di Roma ha giudicato «inammissibile la domanda di anticipazione della data dell'assemblea». Una richiesta avanzata dal Campidoglio sostenendo che il cda «aveva un comportamento omissivo e dilatorio», per evitare che con l'assise si riduca il numero dei consiglieri (e quindi cada il consiglio e vada in atto il ribaltone, ndr). In particolare, il Comune lamenta la «violazione dell'articolo 2367 del codice civile che impone che l'assemblea richiesta dal socio sia convocata e si svolga senza ritardo». Secondo il Comune di Roma «i termini di legge erano entro e non oltre il 6 maggio». E per Marino il rispetto di questa scadenza era fondamentale perché prima delle elezioni europee. Così, con il ricorso in Tribunale, il sindaco ha finito per rivelare che questa faida nasce per ragioni puramente politiche.
«Evidentemente il cda e il collegio sindacale si sono comportati secondo le norme di legge e secondo lo statuto», ha commentato ieri il presidente dell'Acea Giancarlo Cremonesi. Di tutt'altro avviso Marino, secondo cui «la decisione in merito al ricorso non sposta la data, ma prende atto che dopo il nostro ricorso finalmente l'assemblea è stata convocata, e dall'altro conferma il chiaro atteggiamento dilatorio degli attuali vertici della multiutility».
Insomma, se il cda porta a casa una mezza vittoria sulla data dell'assemblea, l'ascia di guerra è tutt'altro che seppellita. E nemmeno il rischio che l'utility romana venga coinvolta in una maxi guerra legale. Il Comune, secondo quanto dichiarato ieri dall'avvocato Gianluigi Pellegrino, punta ora a riconoscere un «giudizio di responsabilità» in capo al cda per poterlo dimissionare in anticipo senza pagare gli indennizzi previsti: un malloppo da 5 milioni che fino a oggi ha attirato le ire sul sindaco Marino, accusato di non calcolare gli effetti delle sue decisioni sulla società.

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