Dazi, primo accordo tra Usa e Cina

Trump: «È la fase uno di un'intesa più ampia». Sospesi gli aumenti delle tariffe

Non è un big deal, il grande accordo pacificatore capace di mettere una pietra tombale su mesi di accuse reciproche e atti di ritorsione. Ma, visto come si erano messe le cose, l'intesa sul commercio siglata ieri da Stati Uniti e Cina rappresenta almeno un primo passo di distensione che attenua le ombre sinistre che si allungano sull'economia mondiale. Al termine dell'incontro con il vicepremier cinese, Liu He, Donald Trump ha parlato di raggiunta «prima fase dell'intesa con Pechino», a conferma di come alcuni nodi cruciali debbano ancora essere sciolti. Il vertice di Washington sancisce una sorta di compromesso necessario per non allarmare gli investitori. E i mercati, fin dal pomeriggio, avevano già puntato tutte le fiches sull'impossibilità di un rovesciamento del tavolo delle trattative. Un all-in collettivo, che ha spinto in alto Wall Street (+1,21% in chiusura) quanto l'Europa (+2,31% l'Eurostoxx 600, con Milano balzata dell'1,88%), sull'onda del tweet insolitamente ottimista con cui l'inquilino della Casa Bianca aveva sottolineato che «buone cose stanno accadendo negli incontri sul commercio con la Cina» e «a tutti piacerebbe che accedesse qualcosa di significativo».

Per The Donald, una giornata davvero particolare: la Fed ha definitivamente alzato bandiera bianca con l'annuncio che dal 15 ottobre, e fino a metà gennaio 2020, acquisterà direttamente sul mercato T-Bond per 60 miliardi di dollari al mese. Lo shopping continuerà fino al secondo trimestre, ma non è da escludere che già da febbraio l'ammontare venga rivisto al rialzo. Considerando anche l'estensione temporale delle operazioni repo, sarà difficile per Jerome Powell continuare a negare che la banca centrale ha di fatto varato un nuovo quantitative easing. Anche perché, in virtù del doppio binario di intervento, il bilancio di Eccles Building è destinato a gonfiarsi entro il secondo trimestre dell'anno prossimo fino a 4.200-4.300 miliardi. Ben altro rispetto al promesso dimagrimento. E quindi, più che cantare vittoria, Trump dovrebbe invece preoccuparsi: perché la mossa della Fed conferma che qualche spia rossa è accesa sul cruscotto dell'economia Usa e in particolare del settore finanziario.

Timori oscurati dal patto con la Cina, che porta a una sospensione degli ultimi dazi da 250 miliardi che Washington avrebbe dovuto far scattare da metà ottobre. In cambio, Pechino ha invece accettato di stabilire alcune linee guida valutarie. In sostanza, dopo le accuse di manipolazione dei cambi rivolte dagli Usa, un controllo più rigido sulle fluttuazioni dello yuan.

L'accordo comprende inoltre alcuni provvedimenti riguardo alla proprietà intellettuale, compresi i trasferimenti forzati di tecnologia. Un punto su cui finora il Dragone aveva opposto una netta resistenza. Oltre alla già decisa eliminazione dei limiti su future, titoli e fondi d'investimento cinesi che finora gravavano sugli investitori Usa, la Cina si impegna anche a comprare tra i 40 e i 50 miliardi di dollari di prodotti agricoli americani. Un punto su cui Trump, in crisi di consensi in quella cintura rurale del Paese che più soffre le ripercussioni della trade war, ha fatto sicuramente leva durante i negoziati.

Dall'accordo resta invece esclusa Huawei: accusata di essere una minaccia per la sicurezza nazionale, non potrà riprendere a fare affari con le corporation a stelle e strisce. A conti fatti, un'intesa molto sbilanciata sul versante delle pretese americane.

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