La grande fuga delle aziende a Dubai

Bastano (almeno) 20mila euro e qualsiasi azienda italiana può iniziare a camminare nel caldo deserto degli Emirati Arabi Uniti

La grande fuga delle aziende a Dubai

Bastano (almeno) 20mila euro e qualsiasi azienda italiana può iniziare a camminare nel caldo deserto degli Emirati Arabi Uniti. E per un anno non ci saranno altri grattacapi: 0% tasse personali, 0% tasse societarie, no al commercialista, no ai sindacati, no ai bilanci. Niente di più lontano dal 70% di tasse del nostro Paese. E per questo molti imprenditori con l’acqua alla gola ci stanno pensando seriamente. Il primo ministro Sheikh Mohammed bin Rashid al Maktum basa su sei pilastri il futuro del Paese: “Istruzione, ambiente, sanità, giustizia, società e competitività”. Per questo motivo l’interessamento per Dubai continua ad aumentare. Sono circa 10mila i residenti italiani a Dubai e oltre 200mila le aziende registrate nelle free zone della sola capitale turistica del Golfo Persico. Le free zone esistono dal 1985 e oggi se ne contano circa 50: aree fiscali speciali, divise per settori e per regolamentazioni, ma tutte accomunate da un’unica qualità: “Qui non si pagano le tasse”. Daniele Pescara, ceo di Falcon Advice con sede e Padova e a Dubai, che da 8 anni lavora a stretto contatto con i paesi arabi e che dal 2017 ha fondato la sua società a Dubai con la mission di aiutare le eccellenze italiane a spostare i propri investimenti e le proprie sedi negli Emirati Arabi Uniti, ha visto cambiare molto le cose negli ultimi tempi. “Le free zone esistono da più di 35 anni al solo scopo di attrarre eccellenze da tutto il mondo – spiega il finanziere veneto - non solo in termini di brand, ma anche di know how e mindset in tutti i settori. Con lungimiranza gli sceicchi hanno saputo diversificare le loro entrate, non dipendendo oggi solo dal petrolio”. Che pur resta la loro più grande fonte di guadagno anche con il Coronavirus: entro il 2030 arriveranno a 5 milioni di barili di greggio al giorno. Uno dei progetti futuri, per esempio, che verrà realizzato entro il 2050, mira a trasformare Dubai in un centro globale di energia pulita.

Aumentare la porzione di energia rinnovabile a Dubai per ridurre le emissioni di carbonio del 16% entro il 2021, quindi trasformare la città del golfo nella realtà con la più bassa emissione di carbonio al mondo. Pescara ha visto molte aziende sull’orlo del fallimento, a causa delle tasse italiane e della burocrazia che le strangola, riprendere quota grazie agli investimenti fatti a Dubai. “L’Italia è un Paese tecnicamente fallito – dice Pescara - che non può più aiutare chi lavora e chi produce. L’unica salvezza è fuggire all’estero. Conosco due tipi di aziende in Italia: chi è fallito e chi fallirà a breve, oggi ce la farà solo chi investe a Dubai”. Per questo motivo per l'anno fiscale 2020, il primo ministro Mohammed bin Rashid ha firmato la legge sul bilancio pubblico n.12 del 2019, con una spesa di 18 miliardi di dollari, rendendola la più grande nella storia di Dubai. Aprire una società in una free zone ha però un costo. “Dipende dalla tipologia di servizio offerto e dall’operatività che vuole avere il cliente - spiega Pescara -. Una società di trading avrà caratteristiche diverse da una consulting, ma per essere seguiti da professionisti accreditati il servizio base parte da circa 20mila euro e noi garantiamo lo 0% di tasse personali, lo 0% tasse societarie, non c’è bisogno del commercialista, zero sindacati, e niente bilanci. Le Pmi rappresentano oltre il 94% di tutte le società che operano negli Emirates, con il 73% nel settore all'ingrosso e al dettaglio, il 16% nel settore dei servizi e l’11% nel settore industriale. Il numero di aziende classificate come Pmi supera le 350mila unità e oltre l’86% della forza lavoro nel campo privato rappresenta il 60% del Pil”.

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