I falchi Bce preparano i tagli agli aiuti

Lagarde vede rosa per il 2022. Il capo della Buba: "Ridurre i sostegni in anticipo"

I falchi Bce preparano i tagli agli aiuti

«Nel 2022 ci sono possibilità per l'economia che solo nel 2019 apparivano lontane almeno un decennio». La vie en rose prospettata ieri dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, davanti alla platea del Brussels Economic Forum, sarà senz'altro piaciuta a Jens Weidmann. Una robusta ripresa economica è, infatti, la precondizione indispensabile per procedere allo smantellamento dell'armamentario emergenziale, a partire dal Pepp, il piano di acquisti anti-Covid.

Il capo della Bundesbank è convinto che i tempi siano già maturi per avviare il tapering: «A causa dell'incertezza ancora esistente - ha detto ieri - , non possiamo determinare con largo anticipo l'uscita dalla modalità di crisi della politica monetaria. Per non dover terminare improvvisamente il Pepp, tuttavia, gli acquisti netti potrebbero essere ridotti gradualmente in anticipo».

Anche se il tono è meno duro del solito, la sostanza non cambia: il falco tra i falchi non molla la presa, e lascia intendere che l'argomento, così divisivo all'interno del board, dovrà essere affrontato già in settembre. È evidente che il banchiere centrale tedesco pretenda che il processo di normalizzazione abbia inizio prima della fine dell'anno, anche perché il Pepp da 1.850 miliardi ha come scadenza naturale la primavera del 2022. Quando cioè, se le ultime stime di Francoforte si saranno rivelate esatte, il Pil reale avrà superato il livello pre-crisi.

I numeri dell'economia europea «stanno migliorando man mano che andiamo avanti» e «in 18 mesi gli Stati membri si saranno rimessi in carreggiata» rispetto a quanto hanno perso durante la pandemia, ha detto ieri la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Proprio per evitare una rimozione immediata e brutale, sarebbe dunque verosimile un primo taglio dell'ammontare degli stimoli a partire da ottobre, se non persino il mese prima.

A differenza di Christine Lagarde, Weidmann sembra peraltro convinto che la fiammata dell'inflazione non sarà temporanea, soprattutto se le quotazioni del petrolio non caleranno. «Dominano i rischi al rialzo per lo sviluppo dei prezzi nella zona euro», ha sostenuto. In Germania il carovita toccherà a fine dicembre il 4%, complice la carbon tax, e «questo ridurrà il potere d'acquisto delle famiglie». Motivo in più per intervenire.

La contrapposizione fra chi considera ancora appropriate le politiche monetarie accomodanti e chi spinge per l'exit strategy rischia quindi di surriscaldare ancora di più il clima all'interno dell'Eurotower nelle prossime settimane. Ma, al di là degli interventi di Christine Lagarde e delle dichiarazioni di alcuni membri, il nodo del tapering non è ancora stato «ufficialmente affrontato», come confermato da Luis de Guindos, vicepresidente della Bce.

Di sicuro, il Recovery Fund da 800 miliardi (ieri nuova emissione di bond per 15 miliardi, dopo la prima da 20 miliardi) non sarà il trampolino sufficiente per far fare alla crescita europea un salto di qualità a favore del digitale e dell'ambiente.

L'ex direttore del Fmi è preoccupata, non essendo chiaro se il settore finanziario canalizzerà gli investimenti verso i settori in trasformazione. «Abbiamo bisogno - ha ricordato - di investimenti per circa 330 miliardi all'anno entro il 2030 per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici e circa 125 miliardi per realizzare la trasformazione digitale».

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