L'inflazione Usa ferma la corsa. Ma la Fed non cambierà rotta

Il carovita cresce meno delle attese in agosto e ora il mercato prevede una frenata. L'incognita occupazione

L'inflazione Usa ferma la corsa. Ma la Fed non cambierà rotta

C'è chi, come il pool di economisti di Pantheon Macro, ha già fatto saltare i tappi di champagne. Si brinda all'evento: «In una riga: l'impennata dell'inflazione Usa è finita». Tanta sicurezza, peraltro non condivisa da una Wall Street (-0,7% a un'ora dalla chiusura) preoccupata di incappare in una forte correzione degli indici, viene giustificata con i dati diffusi ieri dal dipartimento al Lavoro, secondo cui i prezzi al consumo sono aumentati in agosto su base annua del 5,3% e dello 0,3% mensile, contro il 5,4 e 0,4% stimati alla vigilia. Di fatto, la temuta fiammata del carovita non c'è stata, soprattutto nella volatile parte core (quella depurata da alimentari ed energia), dove è arretrata al 4% annuale dal 4,3% di luglio). Benché il livello tendenziale dei prezzi resti il più elevato da circa 13 anni, la stragrande maggioranza dei gestori di fondi interpellati da Bank of America, si dice certa che l'inflazione prenderà una piega discendente nei prossimi 12 mesi. È un cambio di registro netto rispetto ad aprile, quando ben il 93% si aspettava un surriscaldamento.

Per quanto non si possa ancora parlare di frenata, è comunque la prima volta da mesi che il movimento dei prezzi sembra allinearsi alla vulgata della Federal Reserve sulla transitorietà di un fenomeno indotto da fattori legati alla pandemia: i colli di bottiglia nella catena di approvvigionamenti; la penuria di alcuni componenti vitali nel terzo millennio come i microchip; l'aumento della domanda di beni provocata dal Covid. Il capo della banca centrale Usa Jerome Powell, come la presidente della Bce Christine Lagarde, è convinto che le attuali tensioni rientreranno. Malgrado lo slancio della ripresa stia perdendo di intensità a causa della variante Delta e il presidente Usa Joe Biden sia alle prese con l'approvazione del piano da 3.500 miliardi di dollari, Eccles Building ha già messo in cantiere il ritiro graduale degli stimoli da 120 miliardi al mese. Il dato del mese scorso dell'inflazione mette probabilmente meno pressione alla Fed, ma non ne cambierà la rotta e non indurrà le colombe a pretendere di temporeggiare ancora prima di avviare il processo di normalizzazione. A patto che dal mercato del lavoro non arrivino altri responsi deludenti come quello di agosto, quando sono stati creati appena 235mila nuovi posti contro gli attesi 720mila. In assenza di ulteriori bad news, resta quindi verosimile che la riunione del Fomc (il braccio operativo di politica monetaria), in calendario il 21-22 settembre, servirà a calibrare tempi e modi del tapering. In modo da annunciarlo nel vertice di novembre e renderlo operativo entro fine anno.

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