Il petrolio crolla sui litigi dell'Opec

Appeso a un filo l'accordo sui tagli alla produzione: i prezzi del barile giù del 3,8%

Il petrolio crolla sui litigi dell'Opec

È il solito giro di valzer inconcludente quello che l'Opec si prepara a ballare oggi a Vienna. Dopo aver pompato per settimane le possibilità di un accordo sui tagli alla produzione di petrolio, il Cartello si avvia all'ennesimo fallimento, figlio dell'impossibile concertazione tra i suoi membri. Goldman Sachs, infatti, dà al 30% le chance di un'intesa. Fiutando l'aria che tira, i mercati hanno affossato ieri del 3,8% le quotazioni del barile. E potrebbe non essere finita, visto che alcuni analisti prevedono un'ulteriore picchiata del 6% non appena dalla capitale austriaca arriverà la conferma che il vertice si è risolto con un nulla di fatto.

Solo un miracolo potrebbe del resto portare a un'intesa che, sulla carta, ridurrà l'output del 2%, a 32,5-33 milioni di barili al giorno, in modo da permettere una stabilizzazione dei prezzi attorno ai 50 dollari. L'Arabia Saudita, lo sponsor principale del piano di contenimento, si è trovata sempre più isolata mano a mano che passavano i giorni. È soprattutto venuto a mancare il sostegno della Russia, per nulla disposta ad assecondare una politica estrattiva in sottrazione e favorevole, semmai, a un congelamento delle quote dopo averle portate ai picchi massimi dall'epoca post-sovietica. Non solo Aleksandr Novak, il ministro dell'Energia, diserterà il summit viennese, ma dai russi è arrivato anche il messaggio che la questione dei tagli è cosa loro, dell'Opec: «Andare a Vienna non serve: l'Opec deve prima tenere il suo incontro», ha detto Novak. I russi si sfilano, probabilmente, perché non intendono essere coinvolti nell'ennesimo disastro negoziale. A nulla sono serviti gli sforzi compiuti dalle diplomazie di Algeria e Venezuela, volate ieri a Mosca per convincere la Russia ad accettare i tagli produttivi. Anche l'Iraq non sembra del tutto allineato, mentre Libia e Nigeria hanno già detto no ai tagli e l'Indonesia si è unita al coro degli scettici con il ministro delle risorse energetiche e minerarie, Ignasius Jonan che ha detto di essere indeciso se aderire al taglio alla produzione proposto.

Il fatto che da ben otto anni l'Opec non sia riuscita a coordinare un calo complessivo della produzione, la dice lunga sulla litigiosità dei Paesi che ne fanno parte. Attriti nemmeno ricomposti davanti al crollo subìto dai prezzi, ben al di sopra ai 140 dollari nel 2008 e ai 120 nel 2014, con effetti devastanti sulle casse pubbliche e sui sistemi di welfare. Certo non giovano le distanze, politiche e religiose, che dividono due player di peso sullo scacchiere energetico come i sauditi e gli iraniani. Lo scoglio maggiore a un accordo è proprio rappresentato dalla possibilità di conciliare posizioni inconciliabili. Una volta uscita dal forzato contenimento estrattivo legato alle sanzioni Onu, Teheran ha manifestato a più riprese la volontà di tornare sui livelli precedenti le sanzioni. L'obiettivo, entro marzo 2017, è di alzare l'output a 4 milioni di barili al giorno. Già questo proposito era un piombo a ogni possibile intesa, considerando la volontà di Riad di vincolare l'attuazione del piano all'adesione di tutti i Paesi membri. A fronte della richiesta saudita di una distribuzione equa dei tagli, l'Iran ha ribattuto pretendendo uno sforzo maggiore da parte di Riad. Il solito dialogo tra sordi.

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