Pirelli «difende» il fatturato grazie a Cina e Sudamerica

Pirelli «difende» il fatturato grazie a Cina e Sudamerica

La crisi economica europea impatta su Pirelli che comunque, grazie al positivo andamento dei mercati emergenti, è riuscita a chiudere il primo trimestre 2013 con un utile di 72,1 milioni (-41,7% su base annua) e a mantenere sostanzialmente invariati i ricavi a 1,536 miliardi (-1,3%). I profitti del gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera sono in linea con le attese del mercato, mentre il fatturato è stato leggermente superiore alle previsioni in virtù dell'andamento positivo dei volumi di vendita (+3,9%).
Se si considera il dato relativo agli pneumatici per auto e moto, si osserva come le vendite siano state pari a 1,116 miliardi (+0,7%) grazie alla forte crescita dei Paesi extra-Ue (+27,8% i volumi) che ha compensato la frenata europea (-16,9% i volumi). L'ebit si è attestato a 179,9 milioni (-15,1%) per effetto di un aumento dei costi industriali e alla startup in Messico, voci che hanno pesato per 10 milioni ciascuna. L'andamento negativo di Rcs (Pirelli ha il 5,2%) ha determinato un risultato da partecipazioni di -6,6 milioni di euro. Il debito lordo al 31 marzo era invariato rispetto a fine 2012 a 2,47 miliardi.
Assume quindi maggiore rilievo la conferma dei target 2013, soprattutto considerando la brusca discesa del titolo provocata dal rinvio di sei mesi, al prossimo novembre, del nuovo piano industriale. Il fatturato consolidato quest'anno è previsto in circa 6,3-6,4 miliardi, volumi totali in aumento tra il 3%-4% ed ebit nel range 810-850 milioni.
Alle dinamiche industriali fanno da contraltare quelle finanziarie. Per una duplice serie di motivi. In primo luogo perché il futuro di Pirelli dipende anche dalla stabilità del suo azionariato. In secondo luogo, perché la controllante di Pirelli, Camfin - che ne detiene il 26,2 per cento - conta sui dividendi della Bicocca per gestire il proprio debito.
E i rapporti tra la Gpi (42,6% di Camfin) di Marco Tronchetti Provera e la famiglia Malacalza (che controlla il 30,9% di Gpi e il 12% di Camfin) restano freddi nonostante i tentativi di mediazione effettuati da primari top banker. La storia è ormai nota: la famiglia genovese punta - avendone titolo - a diventare il primo azionista di Camfin e, quindi, di Pirelli. A breve è attesa l'udienza d'appello sull'istanza di sequestro del 13% di Camfin corrispondente al 30% di Gpi detenuto dai genovesi, che hanno chiesto invano la scissione parziale avendo disdettato il patto di sindacato. I tempi della giustizia sono lunghi, ma sarebbe clamoroso se giungesse una sentenza prima del 14 maggio, giorno dell'assemblea di Camfin convocata per approvare un bilancio già bocciato in cda dai Malacalza.
Entro la fine dell'estate, inoltre, il collegio arbitrale nominato da Tronchetti e dai genovesi dovrà esprimersi sulla causa di «divorzio» tra i due contendenti. A tutto questo si aggiunge la scadenza dei patti di Camfin e Gpi il 20 luglio. Fino a quella data, e senza un accordo in extremis, è impossibile formulare ipotesi. Anche se periodicamente torna in auge la possibilità di un'Opa su Camfin da parte di una cordata che abbia l'ok di Tronchetti (si è vociferato di un veicolo partecipato da Clessidra, Intesa e Unicredit). Il mercato ci crede e a quota 0,79 euro Camfin vale più dell'asset che ha in pancia, cioè Pirelli.

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