Appello dei calzaturieri: riappropriamoci del made in Italy

Cleto Sagripanti: "E' una battaglia di civiltà e non possiamo essere lasciati soli, il governo sostenga l'etichettatura di origine obbligatoria Ue". Proposte per aiutare i distretti manifatturieri e le imprese che hanno delocalizzato all'estero e stanno tornando a produrre in Italia. Non si ferma la crisi del mercato interno: consumi delle famiglie ancora in calo nel 2014. Bene l'export ma rallenta la crescita

Appello dei calzaturieri: riappropriamoci del made in Italy

“Siamo a Firenze per raccontare una storia nuova, che parla del valore del made in Italy e di come questo sia strettamente legato a doppio filo al territorio e alla sua filiera, alle quali molte aziende che avevano delocalizzato stanno ora pensando di ritornare”. Cleto Sagripanti, presidente di Assocalzaturifici, torna ad affrontare un tema - quello del reshoring, ovvero del ritorno a “casa” delle produzioni portate all’estero, che l’associazione delle imprese calzaturiere di Confindustria ha messo per prima sul tavolo del dibattito sulla ripresa economica, del lavoro e sul ruolo del manifatturiero in Italia. E lo ha ha fatto in un’occasione particolare, il convegno organizzato a Firenze da Assocalzaturifici sul tema Il grande ritorno - Imprese, governo e banche per il made in Italy in Italia. Tema che raccoglie i tre attori chiamati a giocare questa partita che non è di poco conto.

Riappropriarci del made in Italy è una battaglia di civiltà e non possiamo essere lasciati soli - ha detto Sagripanti -. Abbiamo bisogno che le istituzioni ci aiutino a promuovere una nuova consapevolezza e un nuovo Rinascimento del made in Italy, anche grazie all’introduzione a livello europeo dell’etichettatura di origine obbligatoria. Noi italiani dobbiamo essere i primi custodi del nostro saper fare e non possiamo ignorare o sottostimare un valore riconosciuto in tutto il mondo”. Un appello a cogliere questi segnali di “ritorno” e a intervenire per favorirlo, tenendo conto che nell’ultimo anno sono stati 192 i marchi rientrati in Italia.

Il fenomeno è stato analizzato in una ricerca del Back-reshoring Research Group del consorzio universitario Uni-CLUB MoRe, che presenta dati inediti sul reshoring. Che, nonostante crisi e legislazione non favorevole, è in lenta crescita anche tra le medie imprese calzaturiere e fra quelle dell’abbigliamento: più del 19% delle riallocazioni su scala mondiale interessa questi comparti. E l’Italia è il Paese a cui ricondurre il 20% delle decisioni di back-reshoring, prima nella Ue davanti al Regno Unito e alla Germania e seconda dietro agli Stati Uniti (46,6%), grandi protagonisti del ritorno alla manifattura.

Il motivo? Il valore aggiunto che il mercato riconosce al prodotto made in Italy, oltre alla scarsa qualità di prodotto e lavorazioni realizzati oltre confine e il mancato rispetto dei tempi di consegna. Qualità e filiera corta favoriscono, insomma, la competitività e consentono di rispondere meglio alle richieste del mercato con la capacità di immettere in tempi rapidi le nuove collezioni sul mercato.

"Vogliamo partire da qui - ha spiegato Sagripanti - per presentare delle proposte di legge concrete per il rilancio della manifattura in Italia. In termini di occupazione e formazione proponiamo la formula innovativa del contratto di servizio, ovvero un percorso formativo on the job. Inoltre chiediamo al governo di defiscalizzare le spese per le realizzazioni di campionari e garantire finanziamenti alle imprese sane, che rilancino le produzioni. Infine chiediamo di agevolare gli investimenti delle nostre piccole imprese per promuoversi e vendere sui nuovi canali: social network, e-commerce, portali e comunicazione web. Il Jobs Act sembra dare segnali concreti per sburocratizzare e semplificare i rapporti di lavoro e incentivare le assunzioni. Anche alcune misure, inserite nella Legge di Stabilità, dimostrano che si è finalmente presa la giusta direzione per favorire la competitività".

"Ciò di cui abbiamo bisogno - ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti - è ricreare un sistema dove sia possibile attuare con facilità progetti e idee per il futuro. In questi anni l'Italia ha ecceduto nel non avere la forza di prendere decisioni e si è creato un sistema di rendite che si auto sostengono, un sistema che deve essere assolutamente scardinato. Per farlo non possiamo che agire insieme su tutti i fronti, magari rischiando anche di sbagliare. Se agissimo su un fronte alla volta gli altri si organizzerebbero per resistere e noi non riusciremmo a cambiare le cose. Il governo sta provando a farlo ci sono la volontà e l'impegno del governo a mettere in campo provvedimenti che permettano alle vostre aziende di svilupparsi e crescere". Poletti ha anche confermato l’impegno dell’esecutivo perché dalla Ue arrivi il via libero definitivo al Made in.

"Il made in Italy, in tempi di forte competizione internazionale, è ormai per noi sinonimo di orgoglio. Per gli altri che operano all'estero, per i nostri concorrenti o per i clienti delle nostre aziende, Made in Italy è sinonimo di "cosa fatta bene", rispetto delle tradizioni artigiane, qualità delle materie impiegate, dei processi produttivi e del lavoro. Il made in Italy, prima di essere qualcosa da difendere, o da rilanciare, è il nostro elemento vincente nella competizione internazionale. Su questo il governo è in prima linea, tanto in "casa", quanto a Bruxelles”, ha aggiunto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Luca Lotti.

E che si sia l’urgenza di intervenire lo dimostrano i dati. Nel 2014 la forbice fra domanda interna e estera ha continuato ad allargarsi, segnando il crollo dei consumi da parte delle famiglie italiane. Secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca, nei primi 8 mesi del 2014 le spese sono scese del del 3,8% in quantità e del 7,3% in spesa, pur con prezzi medi in calo del 3,7%. Un crollo che ha avuto impatto anche sull’occupazione: nei primi 9 mesi del 2014 il numero di aziende attive è sceso di 111 unità a 5.075 calzaturifici, mentre il numero di addetti si è ridotto di 347 unità, attestandosi a 77.746. Nel 2013, in Italia, sono stati prodotti 202 milioni di paia di calzature, per un fatturato di oltre 7,4 miliardi di euro (+4,9% rispetto al 2012). La rilevazione di Assocalzaturifici ha evidenziato una riduzione media dell'output dell'1,6% in volume, rispetto alla prima metà del 2013. L'export cresce del 4,5%, in termini di valore, nei primi sette mesi di quest'anno, mentre fa registrare un +0,2% in termini di numeri di calzature esportate. In totale sono stati venduti, fuori dai confini nazionali, 137,4 milioni di paia, 246mila in più rispetto al periodo gennaio-luglio 2013: un risultato inferiore del 7,3% rispetto ai 148,2 milioni di paia venduti sei anni fa (ovvero ai primi 7 mesi 2008, pre-crisi). Cifre comprendono sia la vendita all'estero di produzione realizzata in Italia, sia le operazioni di pura commercializzazione.

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