Sorgenia salva, ma pagano le banche

Garantita la continuità aziendale. Ma la Cir non mette un euro e avrà la "manleva" per i suoi manager

Carlo De Benedetti, con il figlio Rodolfo
Carlo De Benedetti, con il figlio Rodolfo

Alla fine il gruppo De Benedetti non metterà nemmeno un euro nel salvataggio di Sorgenia, la società dell'energia sull'orlo del crac, afflitta da 1,9 miliardi di debiti. Sorgenia, controllata al 53% da Cir, finirà alle 19 banche creditrici, che ne conquisteranno quasi il 100% attraverso l'azzeramento del capitale e la sua ricostituzione con un'iniezione di 400 milioni, più altri 200 di prestito «convertendo». In questo modo gli istituti di credito eviteranno il fallimento, garantiranno la continuità aziendale, per poi puntare a far funzionare il gruppo e rivenderlo, rientrando almeno in parte dei 2,3 miliardi impiegati in questi anni. Questa è la soluzione trovata. Ma non ancora siglata perché si tratta ancora.

In ogni caso questo epilogo è il frutto dell'ostinazione di Cir a non voler investire altre risorse in Sorgenia, contando sul fatto che alle banche non convenisse né la liquidazione, né il fallimento. Come noto, Cir si è limitata a offrire solo 100 milioni di nuove risorse e solo a condizione che facessero altrettanto i soci di minoranza, gli austriaci di Verbund al 46%. Una posizione inaccettabile per le banche, che chiedevano ai De Benedetti uno sforzo di almeno 150 milioni; e pure per Verbund, che ha da tempo dichiarato di non voler essere più della partita. Così si è arrivati a questa soluzione. Ma per dare il via libera alle banche, Cir (e anche gli austriaci) chiedono due garanzie: la prima è una manleva per gli amministratori su eventuali future azioni legali; la seconda è il cosiddetto «earn-out», cioè un meccanismo che permetta loro di avere un beneficio finanziario qualora le banche riuscissero a rivendere Sorgenia con un profitto. In altri termini, dopo aver bruciato quasi 2 miliardi ed essersi detti indisponibili a ricapitalizzare, i soci pretendono di non avere responsabilità e di partecipare, nel caso, a eventuali utili. Due condizioni che, pur essendo di prassi in salvataggi di questo tipo, appaiono curiose. Almeno per Cir, che ha investito in Sorgenia meno di 100 milioni (e la gestiva), contro i 650 di Verbund e i quasi 2 miliardi di crediti concessi dalle 19 banche guidate da Mps (che da sola ne ha prestati 600). Non è un caso che l'ostacolo principale alla chiusura dell'operazione di salvataggio resti la posizione di Verbund, che si sente in potere di negoziare fino in fondo condizioni migliori.

Sta di fatto che Sorgenia è ormai da 9 mesi in sala rianimazione. Ora il tempo stringe: il presidente Cir, Rodolfo De Benedetti, ha ieri confermato che il bilancio della holding, già slittato di due mesi, andrà approvato dal cda di giovedì. E grazie all'accordo a portata di mano, Cir potrà annunciare che Sorgenia resta in continuità aziendale, anche se a spese altrui. In proposito dovrebbe esistere anche un parere legale. Non è un caso che ieri il titolo Cir sia salito del 7% in Borsa. Dopodiché bisognerà vedere l'eventuale azzeramento del valore di Sorgenia (già effettuato da Verbund e anche da Mps, che ha l'1,15%), che è in carico a Cir per circa 200 milioni. In caso di azzeramento, Cir chiuderà in rosso di oltre 200 milioni, nonostante il beneficio del Lodo Mondadori, che ha portato nelle casse della holding i 320 milioni netti versati da Fininvest. Ma Cir dovrebbe essere in rosso, per circa 20 milioni, anche senza la svalutazione di Sorgenia.

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