Effetto Polaroid: i grandi artisti dello scatta-e-stampa

Una mostra per un mito che compie sessant’anni e inventò lo sviluppo istantaneo prima del digitale. Da Warhol a Mapplethorp, la usarono i più celebri maghi dell'obiettivo

L’inquadratura, lo scatto. Poi due dita svolazzanti agitano nell’aria quell’inconfondibile foglietto bordato di bianco, e l’immagine si materializza. Ecco la magia della Polaroid, la macchina fotografica a sviluppo immediato che rivoluzionò il mercato più del digitale e che ora viene celebrata da una mostra di autori italiani. Era una scatola misteriosa, dalle possibilità apparentemente limitate (ottica fissa, esposizione automatica), che sfornava ricordi a getto continuo, simbolo di un nuovo modo: immediato, fruibile, economico, democratico, impensabile per i tempi in cui fu messa sul mercato. Era il 1948: il modello 95 sviluppava in soli sessanta secondi, fu scelta da tutti per ritratti di famiglia e opere d’arte. Come fanno i divi hollywoodiani, la Polaroid conquistò le copertine delle riviste come Time e Life e di innumerevoli altre testate. Nel 1963 arrivò il colore, nel ’65 il suo modello Swinger, che costava 20 dollari, al quale seguì la One Step, pubblicizzata in televisione da sir Lawrence Olivier. Al suo formato quadrato e ai suoi colori lievemente innaturali si sono affidati i più grandi autori del passato e del presente secolo. Andy Warhol ed Helmut Newton, che della instant photography fece uno dei suo preferiti mezzi espressivi. E poi fotografi del calibro di Walker Evans, Robert Frank e Robert Mapplethorpe, artisti come Mario Schifano o i registi Woody Allen e Francis Ford Coppola. Definiva un mondo a parte, fatto di pellicole di ogni specie, di macchine tradizionali e nuove tecnologie, di strumenti e sovrapposizioni, di pratiche manuali e materiche. Fu un fenomeno innovativo senza paragoni che attraversò i decenni alimentando emozioni, significati, creatività e che determinò una grande stagione anche per il nostro Paese. Le celle ammodernate dell’ex carcere di Bibbiena, in provincia di Arezzo, trasformate nel Centro Italiano della Fotografia d’Autore, ospitano fino al 6 settembre le sperimentazioni di alcuni fra gli artisti italiani più significativi nell’uso di questo mezzo. Nella rassegna «La magia della Polaroid», a cura di Fiaf (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche; info: tel. 0575536943), ci sono gli strani mosaici del milanese Maurizio Galimberti, che alla fotografia a sviluppo immediato ha dedicato gran parte della carriera, e i ritratti teatrali di personaggi celebri (Giuliana De Sio e Claudio Bisio, per citarne alcuni) di Marina Alessi, realizzati con una macchina di grande formato 50x60 e con l’uso delle esposizioni multiple. C’è l’arte concettuale del modenese Franco Vaccai, che nelle sue «esposizioni in tempo reale» riservò un ruolo predominante all’uso della Polaroid. E ancora i lavori del pittore Piero Manai, che negli anni ’60-80 sconfinò volentieri nella fotografia, o quelli del grande Luigi Ghirri, paesaggista che ricorse alla Polaroid dal ’79 all’83 usando diversi formati. E poi Beppe Bolchi, William Masetti, Joe Oppedisano, Fulvio Fulchiati, Vincenzo Castella e perfino Franco Fontana, che predilige il piccolo formato. Impossibile citare tutti gli artisti invitati a questa ricca collettiva. Chiudiamo con Nino Migliori, forse il più radicale. Il fotografo bolognese fu un instancabile sperimentatore che ampliò i serrati codici della fotografia inserendovi interventi successivi. Durante le sue indagini inventò tecniche come graffiature, bruciature, pennellate, inserimenti di materiali, gesti ai quali diede nomi insoliti come «polarigrammi», «cellogrammi», «lucifragie», e così le sue opere si trasformarono in pittura per risultati senza confronto. Il nome Polaroid deriva dallo speciale foglio di plastica utilizzato per polarizzare la luce. Venne brevettata nel 1929 grazie allo scienziato Edwin Land (un genio che nel corso della carriera depositò oltre 500 brevetti). La inventò per la figlioletta che aveva chiesto se fosse possibile vedere subito le foto realizzate. Land, rendendosi conto delle potenzialità della sua semplice scoperta, intraprese una collaborazione con Ansel Adams, il grande fotografo americano del paesaggio in bianco e nero, e predisse: «Dovrebbe diventare un mezzo di personale espressività per molte persone con interessi artistici nel mondo che li circonda». Nel febbraio 2008 la Polaroid ha compiuto sessant’anni. A causa del crollo delle vendite generato dall’avvento della tecnologia digitale, in quell’occasione la casa di produzione annunciò di voler cessare la fabbricazione del supporto e dei caricatori di pellicola entro un anno, il tempo utile a cercare soluzioni e a smaltire le scorte alle quali hanno attinto professionisti, collezionisti e amatori. Oggi Polaroid produce una fotocamera digitale che contiene una piccola stampante. Si chiama PoGo. Carina, elegante, pratica, ma non è proprio la stessa magia.

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