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Elogio del "non sorriso". Mari, il vincitore serio

La società ci impone di mostrare le emozioni con il volto. Lui a sorpresa ha disobbedito

Elogio del "non sorriso". Mari, il vincitore serio

Michele Mari ha vinto il Premio Strega e non ha sorriso. A chi gli chiedeva conto di quella faccia ha risposto che non sa sorridere tecnicamente, perché gli verrebbe fuori un ghigno. Finalmente uno scrittore che, dopo aver consegnato il libro, non consegna anche i muscoli facciali.

Il caso è piccolo, ma la malattia è grande. Viviamo sotto la tirannia del sorriso obbligatorio. Bisogna sorridere al colloquio, alla riunione, al collega che ti pugnala e al superiore che chiama il disastro "sfida". Il sorriso è la ricevuta fiscale della buona disposizione. Chi non lo esibisce viene schedato: ombroso, respingente, poco collaborativo. Dove non si licenzia ma si "interrompe un percorso", può bastare una faccia seria per diventare inadatti al futuro.

Mari ha fatto una cosa scandalosa: è rimasto Mari. Ha vinto senza assumere l'espressione del vincitore e senza trasformarsi nella propria controfigura pubblicitaria. Niente mascella spalancata, niente entusiasmo in leasing. Il premio era al romanzo, non agli incisivi.

Quel volto ha disturbato per una ragione. Il sorriso non è soltanto lo sfogo spontaneo della gioia. È una delle più antiche tecniche di pacificazione. Dice all'altro: stai tranquillo, non mordo, non creo problemi. Marcel Mauss chiamava "tecniche del corpo" i gesti che crediamo naturali e che impariamo dalla società. Anche il volto va a scuola. Ogni epoca gli assegna un compito. La nostra gli ha imposto di fare pubbliche relazioni. Il sorriso obbligatorio è una forma di obbedienza. Sono innocuo, dice, assorbirò l'umiliazione con grazia. È il fiocco sulla disponibilità permanente. Negli ambienti aperti e informali, il controllo passa attraverso la richiesta di entusiasmo. Nessuno ti ordina di tacere. Nessuno ti punisce perché dissenti. Osserva però che la tua presenza non facilita il clima. Il tuo volto è anti-ecologico. Oggi il clima conta più dei risultati e chi lo incrina passa subito dalla parte del torto. La mediocrità viene assolta se sa essere espansiva. La scorrettezza diventa spirito di squadra se usa il lessico giusto. Si possono mettere i bastoni tra le ruote agli altri, purché lo si faccia sorridendo.

Poi sono arrivate le faccine. Keith Houston, in Face with Tears of Joy. A Natural History of Emoji, 2025 (W. W. Norton, 2025), ricostruisce la storia degli emoji. Il volto che ride fino alle lacrime è il geroglifico di un'epoca che pretende almeno un'icona. La faccina ha vinto sul volto. È più semplice, rapida, obbediente. E noi trattiamo le persone allo stesso modo. Bocca all'insù: tutto bene. Bocca ferma: problema. È la psicologia secondo il citofono.

Erving Goffman parlava di face-work, il lavoro della faccia. Oggi è lavoro a tutti gli effetti e naturalmente non pagato. Arlie Russell Hochschild lo aveva capito studiando le assistenti di volo, obbligate a produrre cordialità come parte del servizio. Da allora l'aereo è atterrato ovunque. Il dipendente deve sembrare motivato, il docente appassionante, il candidato entusiasta, il precario grato e lo scrittore felice di piazzare il proprio libro. Non si vende soltanto una competenza. Si affitta la faccia.

La società che pretende il sorriso fabbrica ogni giorno ottime ragioni per non averne. È il sadismo con il badge aziendale. Anche gli schermi hanno fatto la loro parte. In Emotions on Our Screens (Cambridge University Press, 2026) Talbot M. Andrews, Lauren P. Olson e Yanna Krupnikov mostrano quanto diffidiamo delle emozioni esibite nella comunicazione politica online. Post e dichiarazioni emotive ci sembrano spesso meno autentici dei contenuti neutrali. Il paradosso resta magnifico. Vogliamo che gli altri mostrino ciò che provano e, appena lo fanno, sospettiamo che stiano recitando.

Se Mari avesse sorriso, qualcuno avrebbe gridato alla posa. Non avendolo fatto, lo si è accusato di scortesia. Il tribunale dell'espressione ha la condanna pronta.

Naturalmente il diritto di non sorridere non autorizza la maleducazione. La serietà non rende nobili e l'allegria non rende stupidi. Ma il sorriso non è un certificato di bontà. I peggiori opportunisti sorridono benissimo. Dante lo sapeva quando diede a Gerione, incarnazione della frode, una "faccia d'uom giusto", tanto benigna all'apparenza quanto mostruoso era il resto del corpo. I gerioni di oggi conoscono l'inclinazione esatta del capo, il tono della voce, la quantità di denti necessaria. La cordialità è una virtù. Quella professionale può diventare un'arma bianca.

E allora tutta la simpatia per il volto non collaborativo di Michele Mari. In un mondo dove ciascuno è addetto stampa di se stesso, non sorridere significa sottrarre qualcosa al mercato.

Mari può permetterselo. Molti altri no. Negli uffici, nelle scuole, nelle università e nelle redazioni c'è chi sorride per non essere bollato come difficile, chi ride alla battuta del capo, chi mostra entusiasmo per un progetto che lo consuma. A loro quel non sorriso somiglia. È la piccola vendetta di chi, almeno una volta, avrebbe voluto tenersi la propria faccia.

Dall'Elogio di Franti all'elogio di Mari, il passo è meno lungo di quanto sembri. Franti rideva quando il catechismo dei buoni sentimenti gli imponeva di commuoversi. Mari non sorride quando il cerimoniale del successo gli ordina di mostrare i denti. Due infrazioni opposte alla stessa regola: l'obbligo di esibire l'emozione prevista dal programma.

Gianluigi Simonetti, intervenendo su Snaporaz, ha descritto perfettamente il clima: "Alla cultura, e ormai anche alla letteratura, chiediamo di costituire un safe space, allestito a norma di legge e ignifugo, mentre fuori il mondo, privo di metafore, brucia". Il safe space, aggiungiamo, deve cominciare dalla faccia dello scrittore.

Il punto è questo. Nessun silenzio deve turbare i convitati. Possono essere di pietra, purché sorridano. Michele Mari era contento e lo ha detto.

Non ha sentito il bisogno di tradurre quella contentezza nella mimica prescritta. Ha lasciato che fra il sentimento e la fotografia sopravvivesse un margine di libertà. Oggi persino quel margine è un lusso.

Il premio era al libro. Il volto, per fortuna, è rimasto suo.

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