Quella lobby tedesca che controlla l'America

Le esportazioni da Berlino a Washington sono a livello record. Merito anche dell'attività di "convincimento" a suon di milioni

Quella lobby tedesca che controlla l'America

Berlino - Più il sud d'Europa arranca e più l'export tedesco «tira». Da almeno tre anni Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e negli ultimi mesi anche la Francia, corrono dietro al miraggio del consolidamento fiscale dettato dai due guardiani dell'austerità in Europa: la cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo fido ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble. La formula sembra funzionare solo per la Repubblica federale perché stringere la cinghia in tempi di crisi non ha giovato a nessuno a sud di Bruxelles. Anzi, la crisi sociale si è solo acuita con l'aumento della disoccupazione e i fallimenti a catena delle imprese.

In Germania, invece, si continua a registrare un surplus commerciale così alto (198,9 miliardi nel 2013) da essere fuori dai parametri imposti dall'Europa: in linea teorica, l'eccesso delle esportazioni tedesche è tanto illegale quanto il debito pubblico italiano o il deficit greco. Viene dunque da chiedersi cosa ci sia dietro a tanta salute delle imprese teutoniche dedite all'export tanto in Cina quanto egli Stati Uniti. Alcuni dati sono noti: oltre al quello che viene considerato «dumping commerciale» ai danni dei partner europei, le imprese tedesche sono ben organizzate, utilizzano infrastrutture di qualità e godono di un accesso al credito neanche immaginabile nel resto d'Europa.

Quello che forse non si sa è che la forza delle aziende da Amburgo a Monaco di Baviera sta anche in un notevole investimento in attività di lobbying sul governo degli Stati Uniti da parte delle istituzioni tedesche a ogni livello. Così se Berlino controlla l'Europa imponendo i propri criteri macroeconomici a Bruxelles, riesce a garantirsi anche importanti quote del mercato americano mettendo mano al portafogli. Senza nulla togliere ai prodotti tedeschi, forti sul mercato in virtù della loro qualità, vale la pena di dare uno sguardo ai numeri. Secondo la Sunlight Foundation, che ha elaborato i dati forniti dal Dipartimento americano della giustizia, i tedeschi non badano a spese quando si tratta di tutelare i propri interessi a Washington e sono secondi soli agli sceicchi degli Emirati Arabi Uniti. Jenn Topper, portavoce della fondazione, spiega al Giornale che «gli analisti hanno calcolato lo sforzo finanziario del sistema Germania nel 2013 in oltre 12 milioni di dollari, preceduti dagli Emirati con 14,2 milioni». La lista è lunga e prosegue con il Canada (11,2 milioni), l'Arabia Saudita (11,1) e il Messico (6,1). Italia dopo la polvere con un investimento di appena 81mila dollari attribuito genericamente «al governo italiano o a sue parti». Niente rispetto agli 1,4 milioni spesi dal ministero bavarese per lo Sviluppo o ai 147mila dollari messi in campo a difesa dei propri interessi commerciali da parte della Renania-Palatinato. Questo per restare a livello regionale. Perché a Deutsche Telekom l'indice elaborato dalla Sunlight Foundation attribuisce spese per oltre 11 milioni di dollari, contro gli 1,1 milioni investiti in attività di rappresentanza negli Usa da parte dell'associazione delle Camere di commercio tedesche.

Il vertice di inizio maggio alla Casa Bianca fra Barack Obama e Angela Merkel si è concluso con una conferenza stampa nel Giardino delle Rose incentrata in gran parte sulla crisi in Ucraina. In quell'occasione il presidente Usa ha investito la cancelliera del ruolo di mediatrice ufficiale con la Russia di Vladimir Putin. Silenzio invece dei due leader sulla scottante questione delle intercettazioni compiute negli scorsi mesi dall'intelligence americana ai danni dell'establishment tedesco: «Sulla materia restano delle differenze». In altre parole Obama ha detto a Merkel che continuerà a spiarla. Lei, più onesta, continuerà a tutelare gli interessi tedeschi negli Usa aprendo il portafogli.

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