Europa sotto scacco per la nuova guerra del gas

Il conflitto tra Bielorussia e Gazprom si trasforma in una guerra del gas. E Minsk passa al contrattacco. Dopo la decisione di Mosca di bloccare progressivamente le forniture di gas alla Bielorussia, in attesa di vedersi ripagati debiti pregressi per 200 milioni di dollari, il presidente bielorusso, Aleksander Lukashenko, ha ordinato ieri l’interruzione del flusso di gas russo diretto verso l'Europa (Lituania, Polonia e Germania). Si tratta dell’ennesimo round del braccio di ferro tra i due litigiosi vicini. Vecchia ruggine accumulata negli anni.
Gazprom ha iniziato a chiudere i rubinetti dell’oro blu diretto in Bielorussia già lunedì mattina. Ieri ha portato i tagli dal 15 per cento al 30 per cento. Le forniture, secondo quanto previsto da monopolista russo del gas, subiranno diminuzioni progressive fino all’85 per cento. La decisione è arrivata in seguito al fallimento delle trattative per la revisione dei costi. Dopo l'ultima guerra del gas tra i due Paesi, avvenuta nel 2006, Mosca ha alzato la bolletta di Minsk da 150 a 184 dollari per metro cubo. Un tariffario livellato agli standard europei, ma che la Bielorussia - economicamente prostrata dalla crisi globale – non può permettersi. Più volte Minsk ha chiesto il ripristino dei prezzi iniziali, ottenendo solo il niet dal colosso russo. Continuando a pagare secondo il vecchio «tariffario» del 2009, ha accumulato così un enorme debito che a maggio ha sforato i 192 milioni di dollari.
Messo alle strette, il presidente Lukashenko, che non è certo un tipo diplomatico, ha ordinato al governo di chiudere il transito del gas russo attraverso il proprio territorio, «finché Gazprom non pagherà il debito per lo stesso transito». Il leader bielorusso ha riconosciuto l’esistenza del debito per le forniture di metano russo, ma ha proposto a Gazprom di scalarlo da quello russo legato alle tariffe di transito: in tal caso sarebbe Gazprom in debito con Minsk per 68 milioni di euro.
La guerra del gas tra Mosca e Minsk, «non incide nella maniera più assoluta» per quanto riguarda le forniture all’Italia, fa sapere il portavoce della Farnesina Maurizio Massari. La Commissione europea ha richiamato i due litiganti al rispetto degli «obblighi contrattuali». Mentre il portavoce della Commissione per l’energia Marlene Holzner, spiega che solo il 6,25% del consumo di gas europeo, transita per la Bielorussia e che la Russia può dirottare il gas destinato all’Europa su altre vie. Come ad esempio quella Ucraina, che si è già detta favorevole.
Al di là di un problema di bolletta, il nuovo taglio delle forniture – come ricordano anche le guerre energetiche con Kiev – ha tutto l’aspetto di una mossa politica. Gazprom si è fatta più minacciosa da quando Minsk si è dichiarata contraria all’applicazione del trattato di Unione doganale. Questo, dal 1° luglio, dovrebbe cementare le economie bielorussa, kazaka e russa, sottoponendo de facto le prime due agli interessi del Cremlino. Mosca mira al controllo di industrie ed enti statali bielorussi, privatizzandoli con propri capitali e rilevandone la proprietà come azionista di maggioranza. Negli ultimi 10 anni, i rapporti tra Minsk e Mosca sono un’altalena di amore e odio, in cui Lukashenko gioca d’astuzia tra aperture all’Occidente e proposte di unione con l’Orso russo.
Putin e Lukashenko si assomigliano troppo per non detestarsi: quasi coetanei, entrambi autoritari, entrambi populisti ed ex Kgb. Il leader bielorusso ha fatto credere di volersi «fondere» con la Russia, ma nel 2006 ha stracciato il Trattato di unione, lasciando Putin con un pugno di mosche. La risposta del Cremlino, anche allora, fu l’aumento del prezzo del gas da 46,68 a 100 dollari ogni 1000 metri cubi. Nel 2009, l’«ultimo dittatore d’Europa» riesce allo stesso tempo ad avere un prestito di due miliardi di dollari dagli Usa e a farsi ribassare il prezzo del gas da Mosca, per di più senza riconoscere neanche l’indipendenza delle due repubbliche ex georgiane dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia. Corteggia Bruxelles e stringe alleanze a base di armi ed energia col Venezuela di Chavez. Ora, dà asilo politico al presidente kirghizo deposto, Kurmanbek Bakiev, che era stato immediatamente scaricato dalla Russia. Al Cremlino non rimaneva che il ricatto energetico.

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