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Europa

Bilancio europeo, la premier sfida il rigore dei Paesi “frugali”

Roma con altre sedici nazioni chiede maggiore equità. Merz invece vuole solo tagli

Austerity Il premier tedesco Friedrich Merz è contrario a una ulteriore espansione del bilancio europeo

Sul bilancio europeo 2028-2034 Bruxelles si scopre divisa come non mai, e a guidare uno dei due fronti c’è Giorgia Meloni. Prima del Consiglio europeo la premier ha riunito con il presidente romeno Nicuor Dan i diciassette Amici della Coesione, che hanno deciso di «restare uniti nel negoziato» attorno a quattro priorità: «risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni, salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento, contribuzioni eque da parte degli Stati membri e dire no agli sconti sui contributi nazionali». La linea l’aveva fissata mercoledì al Senato: «Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia». E ancora: «Non possiamo accettare che l’Italia versi di più al bilancio europeo e allo stesso tempo riceva di meno, è una semplice questione di equità».

Dall’altra parte del tavolo ci sono i sei frugali, Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Finlandia, cinque dei quali beneficiano proprio dei rebates (gli sconti; ndr) che Roma vuole abolire. Il cancelliere Friedrich Merz giudica la proposta della presidenza irlandese, che taglia l’8% rispetto al progetto della Commissione, nella «direzione giusta, ma siamo ancora ben lontani dall’obiettivo che dobbiamo raggiungere». Per Berlino «dobbiamo ridurre significativamente il bilancio comune» perché «nessuno Stato membro dell’Unione europea può permettersi di versare contributi di tale entità», ricordando che la proposta originaria «supera del 50 per cento l’importo che stiamo finanziando nell’ambito dell’attuale quadro finanziario pluriennale». Il progetto di Bruxelles sfiora infatti i 2mila miliardi. Il fronte rigorista, però, non è compatto: l’Austria non vuole tagli alla Pac e nemmeno troppi alla Coesione. Su posizioni opposte lo spagnolo Pedro Sánchez, che bolla il compromesso come «chiaramente insufficiente, più vicino all’1% che al 2%» del reddito nazionale lordo, richiamando i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta.

Ad alzare la voce è anche Roberta Metsola. La presidente dell’Europarlamento avverte che le divisioni «sono estremamente profonde» anche tra gli Stati, ricorda che l’Aula «non è e non sarà mai un organo chiamato semplicemente ad approvare decisioni altrui» e boccia i tagli: «Non possiamo concordare sulle ambizioni dell’Europa e poi tagliare le risorse necessarie per realizzarle». Ridurre del 35% la protezione civile, del 10% Horizon e del 14% infrastrutture strategiche e difesa, per Metsola, è «inaccettabile». Il presidente del Consiglio europeo António Costa punta a chiudere «entro la fine di quest’anno», ma nessuno si attende progressi veri da questo vertice e le partite più spinose, dai rimborsi di Next Generation Eu agli sconti, si decideranno all’ultimo minuto.

Il paradosso è evidente. Italia e Spagna, pur difendendo la coesione, sono contributori netti, eppure i rigoristi le dipingono come Paesi in cerca di sussidi. La posizione di Meloni è invece quella di chi paga e chiede equità, con un metodo lineare: «Prima si definiscono gli obiettivi, poi si trova il modo di finanziarli. Non il contrario». Il tempo stringe e un rinvio favorirebbe chi spinge per altri tagli.