L’Europa è spezzata a metà e questa volta non sono solo i Paesi membri a trovarsi in disaccordo, ma anche le stesse istituzioni. Il tema è il prossimo bilancio pluriennale, quello che accompagnerà l’Unione dal 2028 al 2034: da una parte c’è il Parlamento che ha richiesto un budget di quasi 2mila miliardi di euro e, dall’altra, c’è la risposta ben più restrittiva del Consiglio, che mette sul tavolo un piano da soli 1.622 miliardi. Sconfitta anche la Commissione, perché la proposta di bilancio approvata dalla presidenza irlandese prevede un taglio di 141 miliardi (circa l’8%) rispetto al budget ipotizzato da Ursula von der Leyen. Sembra che «tagli» sia la parola chiave del nuovo bilancio, con le risorse destinate alle politiche europee nel mirino, mentre rimangono non intoccati i 149,3 miliardi previsti per il rimborso del debito del Next Generation Eu. Che sia chiaro, il disaccordo non è solo tra le istituzioni europee, ma anche tra gli stessi Ventisette. Tra chi pensa che la proposta della presidenza irlandese sia ancora troppo generosa e chi invece ritiene che i tagli siano troppo elevati, comunque uno stallo sarà inevitabile. Da una parte si trova la Germania, allineata con i Paesi frugali, che giudicano insufficiente l’entità dei tagli. «Inaccettabile» e «irragionevole» sono gli aggettivi che questi Paesi hanno attribuito alla proposta di bilancio. Ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha bocciato in pieno anche la mediazione proposta da Dublino. Per un’Europa forte e sovrana, ha sottolineato, serve un quadro finanziario pluriennale «radicalmente modernizzato e sostenibile» e, così com’è stato pianificato, al momento non è sostenibile. «Il bilancio Ue deve essere sostenibile per chi ne sopporta il peso maggiore: tutti devono contribuire agli adeguamenti, perché modernizzare la spesa è un compito di tutti», ha continuato il cancelliere.
Sul fronte opposto, c’è in prima linea l’Italia, preoccupata soprattutto per il taglio - di 2,5 miliardi - al fondo di emergenza agricolo. Come sottolineato dal ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, il nuovo quadro finanziario pluriennale deve mantenere la dimensione dei 2mila miliardi. «Le nuove priorità europee vanno accompagnate da risorse aggiuntive e non da tagli alle politiche tradizionali, come l’agricoltura». Accanto all’Italia anche la Danimarca e lo stesso relatore del Parlamento europeo per il Quadro finanziario, Siegfried Muresan. «La proposta taglia la spesa per la difesa, mentre le minacce si moltiplicano ai nostri confini; riduce gli investimenti nella competitività, mentre l’Europa perde terreno rispetto alle maggiori economie mondiali, e lascia agricoltori e regioni con finanziamenti insufficienti» spiega il deputato. Insomma, invece che investire nella crescita dell’Unione, per renderla veramente competitiva, i tagli rischiano di renderla ancora più dipendente da Cina e Stati Uniti, un rischio che molti Paesi non sono disposti a correre. Si tratta infatti di una partita che si gioca mentre l’Europa si trova già a fare i conti con la crisi energetica, la competizione tecnologica e la necessità di rafforzare la propria autonomia. Il rischio è che, nel tentativo di contenere la spesa, finisca per indebolire proprio gli investimenti necessari a sostenere la crescita. «Il Parlamento non bluffa: il bilancio proposto dalla presidenza irlandese non otterrà il nostro assenso», sottolinea Muresan.
Il negoziato è per ora solo all’inizio, proseguirà anche oggi, martedì poi la parola passerà ai i ministri degli Affari europei. Bisognerà aspettare il 15 e 16 ottobre per il summit europeo a Bruxelles.
