da Roma
L'Unione europea congela l'accordo commerciale con gli Stati Uniti e prende tempo davanti al nuovo terremoto sui dazi americani che ha fatto seguito alla bocciature da parte della Corte suprema Usa delle tariffe volute da Donald Trump. Nel frattempo l'Italia, per il tramite del ministro degli Esteri Antonio Tajani, prova a smorzare i toni e insiste sulla via del dialogo. Con l'obiettivo, dice il vicepremier, di evitare un'escalation che potrebbe finire per ricadere proprio sul nostro export.
La verità è che nonostante giorni di interlocuzioni tra Bruxelles e Washington, lo scenario resta estremamente caotico e incerto. L'Europa, infatti, chiede la garanzia che sia sostanzialmente rispettato il precedente accordo siglato in Scozia con tariffe al 15%, senza eventuali balzelli legati agli ultimi annunci battaglieri di Trump. Un punto su cui la diplomazia statunitense fa filtrare una disponibilità di massima. Il rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio Jamieson Greer, infatti, ieri avrebbe indicato ai ministri del Commercio del G7 che l'intenzione dell'amministrazione Trump dopo la sentenza della Corte Suprema è mantenere il quadro dei dazi precedenti, collegandoli però a basi giuridiche differenti. «Il nostro scopo è agire rapidamente per evitare nuove incertezze. Ma vogliamo anche evitare l'idea che possano esserci rimborsi per aziende esportatrici straniere», avrebbe detto Greer. Parole che hanno rassicurato l'Europa fino a un certo punto, visto che al momento la diplomazia americana continua a precisare in ogni colloquio con Bruxelles che comunque «l'ultima parola spetta al presidente».
Insomma, un quadro di grande incertezza. Nel quale il Parlamento europeo ha deciso di rinviare il voto sull'accordo commerciale Ue-Usa previsto per oggi. La linea, condivisa da Ppe, Pse e liberali - è sostanzialmente di attesa: senza chiarezza sul nuovo quadro legale americano procedere sarebbe irresponsabile. «Le basi sono comabiate», ha spiegato il relatore all'Eurocamera Bernd Lange, e molti prodotti rischiano di non rientrare nello schema negoziato in Scozia.
La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, però, mantiene ufficialmente la linea della cautela: difendere gli interessi europei senza rompere il tavolo negoziale. Ma il clima resta fragile e la data ipotizzata per un nuovo voto dell'Eurocamera - l'11 marzo - al momento è tutt'altro che certa.
In questo quadro si inserisce la posizione italiana, tra le più prudenti nel panorama europeo. Il vicepremier Tajani - che ieri mattina a Bruxelles ha partecipato al Consiglio Affari esteri e nel pomeriggio è intervenuto in videoconferenza alla riunione dei ministri del Commercio del G7 - continua a ripetere che «le guerre commerciali non servono a nessuno», sottolineando la necessità di mantenere il sangue freddo.
La cautela di Roma ha una ragione precisa: l'export pesa per circa il 40% del Pil e gli Stati Uniti rappresentano uno sbocco fondamentale per il made in Italy. Per questo Tajani insiste su una linea a doppio binario: pieno sostegno alla Commissione europea, ma anche massimo impegno per tenere aperto il dialogo con Washington.
Così, da una parte il vicepremier ribadisce la fiducia nel lavoro del commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic, ritenuto in grado di preservare l'impianto dell'intesa raggiunta in estate, eventualmente adattandola a una nuova base giuridica americana. E dall'altra rassicura il mondo produttivo italiano: il governo - dice mentre presiede la riunione della task force sui dazi istituita presso la Farnesina con una quarantina di aziende italiane e circa ottanta associazioni di categoria - è al fianco delle imprese e non vede, al momento, ragioni per fermare investimenti o progetti negli Stati Uniti.
Un messaggio improntato a un cauto ottimismo, rafforzato - secondo Tajani - dalle rassicurazioni ricevute da parte americana durante i contatti del G7 Commercio sulla volontà di evitare ulteriori scosse.
La partita, tuttavia, resta apertissima.
Nei prossimi giorni i negoziatori europei e statunitensi torneranno a parlarsi per capire se l'intesa scozzese di Turnberry possa essere salvata o se debba essere riscritta. Molto dipenderà da come Washington costruirà il nuovo impianto tariffario e da quanto spazio lascerà al compromesso.