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Europa

Regole Ue sul metano, la battaglia sul rinvio che ci riguarda da vicino

Il Parlamento europeo ha votato per tre anni, gli ambasciatori dei Ventisette hanno bloccato l’ipotesi di un anno. Maturi: «Senza una verifica vincolante sugli strumenti che mancano, il 2028 somiglierà molto al 2027»

Regole Ue sul metano

Il 14 ottobre la Commissione europea ha proposto di posticipare di un anno, al 2028, le disposizioni del regolamento sul metano che riguardano gli importatori, e il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha accolto la proposta con favore. Il percorso accelerato pensato per approvarla prima della scadenza, però, si è inceppato tra i governi. Mercoledì il rinvio di un anno non ha raccolto la maggioranza qualificata tra gli ambasciatori dei Ventisette: Italia, Cechia, Polonia e Romania hanno chiesto di discutere uno slittamento più lungo — la linea che dodici Stati membri, su iniziativa della Cechia e con l’Italia in prima fila, avevano messo per iscritto il 26 giugno — mentre la Germania, divisa tra il ministero dell’Ambiente a guida Spd e quello dell’Economia a guida Cdu, non ha ancora deciso. La presidenza irlandese tornerà a provarci la prossima settimana. Giovedì l’Aula di Strasburgo, con il sostegno dei Conservatori e riformisti, ha approvato il rinvio di tre anni con verifica a luglio 2029, escludendo dal beneficio le importazioni dai Paesi sotto sanzioni come chiedevano Socialisti e democratici; Verdi e Sinistra si opponevano a qualsiasi rinvio. «Sulle regole europee per il metano si combatte una battaglia che ci riguarda da vicino», osserva Filippo Maturi, presidente del Business Diplomacy Council ed ex deputato. La norma è il Capo V del regolamento (UE) 2024/1787: dal 1° gennaio 2027 chi immette gas, petrolio o carbone sul mercato dell’Unione deve dimostrare che il produttore estero misura e rendiconta le proprie emissioni di metano con criteri equivalenti a quelli europei, per i contratti firmati o rinnovati dopo il 4 agosto 2024. Le sanzioni, fino al 20 per cento del fatturato, ricadono sull’importatore. Il contesto pesa più della norma. La crisi di Hormuz, aperta a fine febbraio e mai davvero rientrata, ha interrotto una parte rilevante dei flussi mondiali di gas naturale liquefatto, con il Qatar in forza maggiore da marzo. Ad Amsterdam il gas, che prima dello shock quotava intorno ai 30 euro per megawattora, a metà ottobre superava gli 80, e l’Europa è entrata nella stagione invernale con gli stoccaggi al 72 per cento. «Lo ha detto molto bene in questi giorni anche Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia», aggiunge Maturi: «con lo Stretto di Hormuz bloccato per mesi, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale e molto gas liquefatto, se si blocca un’area di approvvigionamento semplicemente si resta senza — e gli aspetti strategici vanno tenuti presenti prima di ogni altra considerazione». Tra un anno e tre corre una differenza di sostanza. «Oggi l’obbligo è inadempibile per una ragione che nessun calendario risolve: mancano gli strumenti», dice Maturi. Non ci sono i formati comuni di comunicazione, gli standard per le tecnologie di rilevamento, il portale europeo della trasparenza, i criteri per stabilire quali sistemi di monitoraggio dei fornitori esteri siano accettabili. In diversi Paesi, Italia compresa, l’autorità nazionale competente non è ancora stata formalmente designata, e per quel ritardo la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione nel luglio 2025. «Se quegli strumenti non arrivano, un anno sposta in avanti la scadenza e lascia il problema dov’è». Dopo la riunione di mercoledì un diplomatico ha osservato che il rischio è ritrovarsi a ottobre 2027 nella stessa situazione di adesso, e lo aveva già segnalato l’associazione europea dei produttori di petrolio e gas. «I contratti di gas liquefatto, inoltre, si firmano su orizzonti pluriennali: dodici mesi sono troppo pochi per costruirci sopra un impegno».

C’è poi un paradosso che Maturi mette al centro. «Un obbligo che non si può dimostrare lascia invariate le emissioni e le trasferisce altrove: il carico di gas liquefatto che un importatore europeo non può acquistare viene venduto su un altro mercato, con le stesse emissioni a monte e senza più nessuno che le misuri». Ma vale anche il contrario, aggiunge: «Un rinvio che non sia agganciato a nulla lascia il problema irrisolto». Al Parlamento europeo la strada l’ha indicata il Ppe: tre anni, una verifica a luglio 2029 e la possibilità di prorogare ancora in caso di nuove difficoltà. «È l’impostazione giusta, perché lega la scadenza alla realtà dei fatti», commenta Maturi. Ora la partita passa al negoziato con i governi: secondo fonti diplomatiche anche Roma potrebbe accettare un solo anno, purché con una clausola di revisione analoga. «Senza una verifica vincolante sugli strumenti che mancano», chiude Maturi, «il 2028 somiglierà molto al 2027».

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