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Europa

Tajani e Metsola avvertono l’Ue. “Va cambiata o sarà il declino”

Al Meeting si parla di Europa. La presidente dell’assemblea parlamentare avverte: “Dobbiamo preservare la nostra umanità”. Il vicepremier attacca la cultura woke: “Si è diffusa come una gramigna”

Il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani con la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola durante il Meeting per l'amicizia fra i popoli ''L'amor che move il sole e l�altre stelle'', organizzato dal movimento di Comunione e Liberazione, Rimini, 26 agosto 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

Sul palco del Meeting di Rimini Antonio Tajani e Roberta Metsola parlano la stessa lingua: quella dell’Europa che deve ritrovare forza, identità e capacità di competere. «I Paesi dell’Ue devono guidare insieme il cambiamento o affrontare da soli il proprio declino». Ma dietro la foto della sintonia istituzionale si intravede una partita più politica: quella di una maggioranza europea che continua a interrogarsi sul proprio futuro, tra tensioni legate agli equilibri della «maggioranza Ursula» e alle dinamiche nazionali. Tajani rimarca il ruolo dell’Europa su Ucraina, competitività, energia, immigrazione, intelligenza artificiale. Ma l’Europa deve ricordare le proprie radici «giudaico-cristiane e greco-romane. E attacca: «La cultura woke va estirpata, si è diffusa in Europa come la gramigna». Un linguaggio che racconta la traiettoria del Ppe, sempre più concentrato sul rilancio dei propri tempi fondativi. «L’Europa deve svolgere il suo ruolo nella corsa globale all’intelligenza artificiale - gli fa eco la presidente Metsola - perché è in grado di dare un’anima a questo dibattito. La nostra prospettiva non è né americana né cinese. Ed è una prospettiva di cui il mondo ha bisogno. Di fronte a questa rivoluzione tecnologica non possiamo dimenticare chi siamo». Si deve, aggiunge Metsola, «preservare la nostra umanità, le persone devono restare il fine ultimo e non dobbiamo avere paura del futuro, ma plasmarlo».

È qui che la foto di Rimini diventa politicamente interessante. La maggioranza che sostiene la Commissione e tiene insieme Ppe, socialisti e liberali non è saltata: sui grandi dossier resta il principale perno parlamentare. Ma non è più blindata. L’automotive e la transizione verde sono terreni dove la distanza si percepisce meglio. Il Ppe insiste sulla necessità di alleggerire vincoli e costi per l’industria europea, mentre socialisti e progressisti temono che la competitività finisca per svuotare gli obiettivi ambientali. Non è ancora una rottura, ma è sempre più difficile parlare della «maggioranza Ursula» come di un blocco omogeneo. Tajani offre un esempio della linea che il Ppe italiano vuole rappresentare. Sulla proposta di tassare gli extraprofitti delle aziende energetiche il suo no è categorico. Il contributo può esserci, spiega, ma deve essere «un confronto concordato». È una posizione che dice molto di un futuro in cui Ppe e Pse si misureranno sempre più sui temi capaci di incidere sulle rispettive identità: ambiente, industria, energia, immigrazione, welfare. Gli appuntamenti elettorali renderanno questa competizione più evidente. La vera domanda è su quali dossier saranno ancora disposti a riconoscersi come alleati.

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