Evasione fiscale, si fa presto a dire «commercialista»

Il resoconto di Andrea Acquarone, sul suo anno passato «a spiare vita, trucchi e segreti del perfetto evasore» (Il Giornale del 24 agosto, pag. 11), rende un buon servizio alla fondamentale questione della lotta all’evasione. All’indignazione verso gli evasori che l’inchiesta suscita, però, si affianca la sensazione di trovarsi di fronte ad alcuni luoghi comuni, a partire dalla scelta della professione del misterioso evasore paratotale: un commercialista, ovviamente, chi altri se no?
Premesso che non esistono categorie prive di picchi di nobiltà e di abissi di grettezza, ragione per cui tutto è possibile a questo mondo, vorrei ricordare che molto spesso accade di leggere sui giornali di commercialisti che fanno questo o quest’altro, salvo poi scoprire, leggendo nei giorni successivi la pubblicazione delle smentite, che si tratta in realtà di soggetti che svolgono le attività tipiche di un commercialista (e vengono quindi erroneamente percepiti come tali), senza però averne la qualifica professionale.
«Commercialista», infatti, a differenza di «commerciante» o di «artigiano» o di altro ancora, non è colui che svolge una determinata attività, ma colui che possiede un titolo professionale per il cui conseguimento e mantenimento è necessario rispettare quanto espressamente previsto dalla legge (laurea, tirocinio, esame di Stato, formazione obbligatoria continua), oltre che quanto previsto dalla deontologia professionale.
Non sarà magari il caso dell'articolo da cui trae spunto questo intervento, ma è opportuno che questa consapevolezza sia maggiormente radicata di quanto oggi i fatti dimostrino essere.
Vale per i giornalisti che troppo spesso scrivono «commercialista» senza sincerarsi presso il locale Ordine della effettività della qualifica attribuita alle persone di cui scrivono, aggiungendo così per i veri commercialisti la beffa al danno derivante dall’esistenza di soggetti che svolgono le medesime attività senza avere i medesimi obblighi e la medesima preparazione.
Vale ovviamente per tutti i cittadini in generale, perché è indubbio che potranno trovare eccezionali consulenti fiscali, contabili e amministrativi anche in soggetti che non si assoggettano ai rigidi obblighi formativi e deontologici dei commercialisti, ma è altrettanto indubbio che, statisticamente parlando, quando esiste una via maestra per svolgere una determinata attività, coloro che scelgono scorciatoie sono generalmente più inclini a privilegiare le proprie necessità piuttosto che quelle di chi si rivolge loro.
Ciò detto, voglio però cogliere l'occasione per sviluppare alcune considerazioni sul tema che sicuramente sta più a cuore alla generalità dei cittadini italiani: quello dell’evasione fiscale.
Condotte evasive quali quelle narrate nell’articolo di Acquarone sono la quintessenza di ciò che può essere efficacemente debellato ponendo il «redditometro», opportunamente riveduto e corretto, al centro dell’azione di contrasto dell’evasione di massa.
È già da qualche tempo che proprio il Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili lo va ripetendo in ogni sede, nonostante gran parte delle istituzioni, delle altre categorie e dell’opinione pubblica abbia continuato per anni ad arrabattarsi attorno agli studi di settore (utili ma assolutamente non decisivi per risolvere l’evasione diffusa).
Oggi sembrerebbero esserci finalmente arrivati tutti ed è incontestabile il positivo contributo che i commercialisti hanno saputo dare nell’indirizzare il dibattito, così come quello che sono pronti a dare per rendere più efficace e razionale lo strumento del redditometro, rispetto agli evidenti limiti che ancora presenta la versione attuale.
del Consiglio nazionale
dei Dottori commercialisti
e degli Esperti contabili

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