Falsi d’arte, Baldacci condannato in primo grado

Egregio direttore, ho letto l’articolo dedicatomi sabato 22 agosto da Francesco Patti su il Giornale a p. 29 (I furbetti dell’arte – Il cacciatore di falsi? Condannato per falso). L’unica cosa corretta in esso contenuta è che ho subito una condanna di primo grado, che ho presentato ricorso in appello e che fino a prova contraria devo essere ritenuto innocente. Cosa che invece appare del tutto irrilevante all’estensore dell’articolo, il quale si dice sicurissimo di cose che non sa e ricama un mio ritratto da «furbetto dell’arte» alla Alberto Sordi nel quale chiunque mi conosca stenterà a ritrovarmi.
È evidente che il Suo collaboratore è stato imbeccato da qualcuno, per me non tanto difficile da individuare. Un personaggio vile, che ha come suo stile inveterato di lanciare il sasso e nascondere la mano. Lo scopo dell’attacco è enunciato a chiare lettere perfino nel sottotitolo («a processo in corso scriveva un articolo facendo le pulci ai colleghi francesi...»): costringermi al silenzio, appunto perché in attesa di giudizio, su una materia nella quale dò fastidio a molte persone. Posizione interessante da parte di un giornale che quotidianamente rivendica il diritto contrario per l’Onorevole Berlusconi.
L’articolo peraltro si caratterizza per attribuire verità assoluta, nonostante le dichiarate premesse garantistiche (la presunzione di innocenza, proclamata dall’art. 27 della Costituzione), a due affermazioni del giudice di primo grado, da me recisamente contestate e materia del giudizio d’appello.
Falsità dei dipinti. La perizia d’ufficio, effettuata da storici dell’arte che non hanno particolare specializzazione sull’opera di De Chirico, forma oggetto non solo della contestazione del mio perito di parte, Prof. Luigi Cavallo ma anche di rilievi critici e di numerose contraddizioni. Tale falsità, pertanto, è tutt’altro che pacifica, come vorrebbe far intendere l’articolista!
Mia conoscenza di tale falsità. È affermata dal giudice di primo grado senza prove e con un argomento («non poteva non sapere») più volte smentito in Appello e in Cassazione. Mi sorprende molto, dunque, che la caratterizzazione garantistica del Vostro giornale appaia a senso unico!
Preciso infine che i falsi De Chirico esposti alla mostra di Parigi e da me denunciati su «L’Unità» erano due e non uno. Ambedue riconosciuti dal falsario Renato Peretti come opera sua. Uno di questi è stato pubblicato nel catalogo della mostra spacciandolo come un quadro di grande rilevanza storica illustrato nel mio catalogo della metafisica, mentre ne era solo una volgare e recentissima copia. Oltre che scriverne su «L’Unità», ho protestato ufficialmente con il museo di Parigi che è stato obbligato a rettificare nella seconda tiratura del catalogo. Chi sarebbero, allora, i furbetti?

Precisando che il Giornale non è stato «imbeccato» da nessuno, l’articolo del 22 agosto scorso riporta le conclusioni della condanna emessa il 3 marzo 2009 dal Tribunale di Milano a carico di Paolo Baldacci e di tre coimputati. Una condanna è un atto pubblico e come tale è stata considerata. Certi che la giustizia farà il suo corso, auguriamo a Paolo Baldacci di chiarire la sua posizione nei successivi gradi di giudizio. Quanto all’accostamento ad Alberto Sordi e il tono ironico con cui i fatti sono stati esposti, si è trattato di un modo per sdrammatizzare la vicenda. Dopotutto l’ironia non è un reato, almeno per ora.
fp

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