Ogni anno, tornando in Liguria e a Genova dopo le vacanze, si viene presi da uno strisciante senso di sconforto. Niente di drammatico, per carità. La nostra città e la nostra regione sono talmente straordinarie dal punto di vista naturale e storico che la bellezza insita è il miglior antidoto contro le carenze nellamministrazione e nella gestione quotidiana.
E, a modo loro, anche gli sketch di Colorado cafè di Casalino, Ceccon e Balbontin - quelli di «Torta di riso finita», per intenderci - hanno contribuito a mitridatizzarci. Il confronto, drammatico, dellospitalità ligure con quella romagnola prima e poi anche con quelle sarde, siciliane e di mezza Italia, è talmente impietoso e caricaturato da rendere non simpatici, perchè è impossibile, ma almeno umani, anche alcuni operatori rivieraschi per cui il cliente è solo una noiosissima seccatura.
Così, ogni anno, il rientro è più duro del previsto. E non solo perchè si torna a lavorare. Se lanno scorso ci eravamo concentrati sullinvidia per la Sardegna e il suo orgoglio identitario, assolutamente assente in Liguria, questanno le lacrime sono plurime. E vorrei spenderle, spalmandole su più articoli, per il confronto fra Genova e un piccolo centro romagnolo come Cervia; fra Genova e un fresco capoluogo sardo come Olbia e fra Genova e una metropoli europea come Barcellona. Confesso che ci ho messo un po ad elaborare il lutto e, nonostante sia in città già da un mese, facevo fatica ad accendere il computer per buttar giù queste riflessioni, sperando che lagosto in città potesse smentire il drammatico confronto. Invece, niente. Il paragone è sempre più perdente, lamarezza peggiora di giorno in giorno e, prima di cadere in una depressione post viaggium, partiamo con la prima puntata della nostra trilogia dei confronti impietosi.
Iniziamo da un particolare. Da Cervia. Precisando subito - a scanso di equivoci - che non è nemmeno un problema politico, non è una questione di maglietta dellamministrazione.
LA FILOSOFIA, GENOVA E CERVIA
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