Però restano di essere gli unici a schierarsi. O almeno tra i pochi. Almeno per ora. Gli U2 non hanno usato giri di parole si sono schierati (nuovamente) di fianco agli iraniani che protestano, combattono e muoiono per liberare il paese dal regime degli ayatollah. Giusto l'altro giorno, il 15 gennaio, la band ha pubblicato sul proprio sito ufficiale un video tributo intitolato "Iran Can You Hear Us?" (Iran ci puoi ascoltare?), riproponendo la storica esecuzione di Sunday Bloody Sunday del "360 Tour" del 2009. Sunday Bloody Sunday non è soltanto uno dei loro classici ma è soprattutto una canzone di memoria e ribellione riferita alla strage del 1972 quando nell'irlandese Derry (o Londonderry) l'esercito di Sua Maestà sparò sui partecipanti a una manifestazione uccidendone dodici. Da allora il brano ha assunto un significato universale di denuncia e gli U2 l'hanno gia utilizzata più volte proprio per sottolineare le drammatiche vicende iraniane. Nel 2009, ad esempio, supportarono la Green Wave, l'onda verde che montò a Teheran dopo le elezioni in cui Mahmoud Ahmadinejad sconfisse (si dice con brogli) il candidato riformista Mir Hossein Mousavi. A ogni concerto, il palco degli U2 diventava verde e le note di Sunday Bloody Sunday diventavano l'occasione per denunciare al pubblico ciò che stava accadendo nel regime. Poi nel 2013 la band suonò Sunday Bloody Sunday in versione acustica sul tetto di un palazzo a New York e l'esecuzione fu chiaramente dedicata alla democrazia in Iran. Nel 2022 poi, molti artisti registrarono una nuova versione del brano dopo la morte di Mahsa Amini arrestata per il mancato rispetto dell'obbligo di indossare il velo.
Infine stavolta Bono, The Edge, Larry Mullen e Adam Clayton hanno diffuso un messaggio di sostegno la "sicurezza e la libertà delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in Iran" e hanno cambiato i versi di Sunday Bloody Sunday: "Non possiamo ancora credere alla notizia di oggi, per quanto tempo voi dovrete ancora cantare questa canzone?". E il voi è riferito alla gente iraniana e pure, in piccolo, a noi spettatori finora inerti.